Jon Hopkins e Indian Wells suggestionano Spazio Novecento

Scalinata di marmo inondata di luci blu, salone profondo, immerso nel rosso. Con i suoi tendaggi e la sua maestosità, la location di Spazio Novecento si prepara ad accogliere un grande producer, Jon Hopkins all’interno dello Spring Attitude Festival.

Ad aprire la serata c’è Indian Wells, artista italiano che riscalda la sala mentre pian piano si riempie. Il suo ritmo crescente e le note melodiche che ricordano i suoni dell’hang, uniti a visual caleidoscopici fatti di prismi e triangoli colorati, creano un’atmosfera particolare. Il pubblico si avvicina al palco, qualcuno ondeggia già al ritmo di musica, qualcuno aspetta sorseggiando un cocktail sulla terrazza, qualcuno ascolta con curiosità, mentre il dj balla e prepara la pista per il main artist.

Arriva mezzanotte e mezza, la sala è abbastanza piena e il pubblico è carico, Sir Jon Hopkins non si fa attendere ed esplode subito con Singularity, title track dell’album che l’artista sta portando in tour. Da questo momento inizia un viaggio spaziale di luci, sonorità e visuals che trasportano il pubblico in una montagna russa fatta di momenti intensità e calma, alternati ad una tekno aggressiva, ritmata, che anima la folla e scatena quelli che più vogliono ballare.

È un vero e proprio viaggio emotivo, di scoperta di nuovi mondi, quello che viene raccontato attraverso le immagini proiettate dietro il dj.  Come nell’animazione a cartoni di Emerald Rush, dove un ragazzino scala una montagna inseguendo uno sciame di lucciole per poi tuffarsi in una sorta di dimensione “boreale”, o come nel mondo marziano di Everything Connected, dove frammenti di luce si collegano trasformandosi in una specie di molecola dal nucleo pulsante.

Ogni pezzo ha un momento di culmine elettronico, gonfio di energia che poi si trasforma in catarsi di suoni più melodici e meno ritmati per passare al pezzo successivo. L’artista gioca alternando proprio il ritmo incalzante, scandito, potente con il ritorno alla calma assoluta fra un brano e l’altro. Il pubblico si trova trasportato in queste ondate e si perde nei paesaggi lunari di Luminous Beingdove le immagini mostrano punti luminosi, connessi come se fossero costellazioni in movimento. Ci si guarda attorno attoniti mentre finisce la prima parte del set. Si ha la sensazione di aver sia ballato che vissuto in un racconto e ciò dimostra la capacità dell’artista di saper tenere le redini dello show.

Gli spettatori ora vogliono ballare e lo spettacolo riprende con una serie di mix come Magnets dei Disclosure o Two Dancer dei Wild Beasts che infiammano l’artista e il pubblico per un’altra ventina di minuti. L’acustica della location è ottimale per questo tipo di sonorità e riempie ogni angolo della sala anche se ancora per poco, dato che alle due meno un quarto Sir Hopkins saluta e se ne va, lasciando tutti un po’ schiaffeggiati e imbambolati.

Fortunatamente si riprende quasi subito a ballare con lo Spring Attitude Soundsystem, che accompagna quelli più scatenati, ancora carichi di energia, fino alle 4.00 con un set techno house bello spinto.

Info utili per i clubbers:

Location: capiente e spaziosa, accesso terrazza per i fumatori.
Acustica: ottima.
Pubblico: amichevole, moderatamente movimentato.
Drink: scelta fra long drink, cocktails, birra e analcolici. Fila alla cassa drink moderata, costo espansivo.
Accesso e pulizia bagni: accesso scorrevole, pulizia buona (stranamente c’è la carta!)
Servizio d’ordine: disponibile.
Fila all’accesso: mediamente scorrevole.
Guardaroba: si.

Elena Tilloca