A Milano e Roma arriva Lana Del Rey, fascinosa icona dei nostri tempi

A distanza di 5 anni Lana del Ray sta per tornare in Italia, l’11 aprile al Forum di Assago (MI) e il 13 aprile al Palalottomatica di Roma. Il nostro paese è il primo della sezione europea del suo LA to the Moon Tour, che è iniziato a Minneapolis il 5 gennaio per promuovere Lust For Life, il suo ultimo album uscito a luglio 2017, e terminerà a Madrid il 20 aprile.

Lana del Rey – LA to the Moon Tour
Lana del Rey – LA to the Moon Tour

Lana Del Rey, nome d’arte di Elizabeth Grant, è sicuramente una delle protagoniste più significative della musica internazionale anni 10, nonché una delle più discusse. La sua musica si colloca a cavallo tra la libertà indie e la riconoscibilità mainstream, tra la ricercatezza del cantautorato e l’orecchiabilità del pop. La Grant definisce il proprio stile “Hollywood sadcore”, e in effetti è proprio un’atmosfera malinconica da cinema noir quella che colora moltissime tra le sue canzoni, quasi tutte scritte in prima persona. Il suo repertorio, caratterizzato da un’estensione vocale piuttosto ampia, è di preferenza sussurrato, quasi mai urlato. Quando si pensa di averla inquadrata, Lana sorprende, mischiando canzoni pop tradizionali, struggenti ballad, atmosfere eteree dream-pop e incedere hip-hop.

Poi c’è la sua immagine, che pesa tanto quanto la sua musica, accuratamente costruita, contraddittoria, oscillante tra la ragazza naïve e la femme fatale, a volte dark a volte serafica, portatrice di un fascino vintage che fuori contesto diventerebbe goffo. L’importanza dell’aspetto visivo si giudica anche dalla cura posta nei suoi video, alcuni quasi dei cortometraggi, come Ride, una sorta di Easy Rider al femminile. Esiste persino un cortometraggio vero e proprio, Tropico, scritto e interpretato da Lana con la regia di Anthony Mandler.

A contribuire alla complessità del personaggio si mette anche la sua biografia e le voci su di essa. Newyorkese con origini scozzesi, ma in fissa con la West Coast, figlia di un miliardario che l’ha aiutata sin dagli inizi della sua carriera, educata in scuole costosissime che non sono bastate a tenerla lontano dall’abuso di alcool in giovanissima età, laureata in Filosofia: Elisabeth Grant è tutto questo e molto altro.

Quando nel 2012 uscì Born to Die molti pensarono ad un progetto costruito a tavolino per vivificare con linfa nuova un’industria musicale in perenne crisi. Il successo di singoli come Born to Die, Video Games, Summertime Sadness – che nella versione remixata di Cedric Gervais fece conoscere Lana anche ai frequentatori delle discoteche estive – e Blue Jeans fu esplosivo. Tuttavia, già si intravedeva la forte personalità di Lana, capace di andare oltre alle logiche commerciali.

La riprova della sua libertà è arrivata con i due album successivi. Ultraviolence del 2014, prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, nonostante il grande successo che lo ha visto esordire al primo posto delle classifiche USA, è meno pop del suo predecessore e musicalmente più raffinato: sonorità estremamente sensuali si accompagnano a testi che continuano a pescare nell’immaginario amore-morte, ma in modo psicologicamente più maturo. Qui non ci sono le sinfonie e i singoli trascinanti del primo disco, ma piccoli capolavori onirici come Shades of Cool.

Honeymoon del 2015 è un album ipnotico nella sua ripetitività: basti pensare all’andamento ondivago del ritornello di High by the beach, che culla l’ascoltatore in una spirale narcotizzante. In questo lavoro si respira anche il desiderio di perdere sé stessi, che sia sotto il seducente sole della California di Freak, o nell’amore adorante e totalizzante di Religion.

Questa voglia di abbandonarsi permea anche alcuni brani di Lust for Life, ma in una variante più serena e positiva. Sulla copertina del disco Lana sorride, perché questo è l’album dell’apertura. Apertura alla contaminazione dei generi e agli apporti degli artisti che vi partecipano, come The Weekend, A$AP Rocky, Sean Lennon e Stevie Nicks. Questo è anche l’opera più politica di Elizabeth Grant, che in When The World Was At War We Kept Dancing canta:

«Is it the end of an era? / Is it the end of America? / No, oh / It’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing»

Nell’evoluzione scandita dai suoi quattro dischi, Lana ci dice che cercare di imbrigliarla nelle categorie è inutile e sterile. Chiedersi se sia autentica o artefatta non ha senso, perché Lana del Ray è vera proprio nel suo essere costruita, a propria immagine e somiglianza. Che siate fan devoti o scettici, poterla ammirare live ad aprile è sicuramente un’occasione straordinaria.

LA to the Moon Tour – Le date italiane

  • 11 aprile: Milano – Forum di Assago
  • 13 aprile: Roma – Palalottomatica