In occasione dell’uscita di Bellavista, secondo album di Domenico Imperato, abbiamo ascoltato in anteprima il disco e realizzato questa interessantissima intervista per voi. Una lunga chiacchierata con Domenico per scoprire le sue origini musicali, la sua vita a cavallo tra Roma, Lisbona e San Paolo e come è nato il disco. Non potevamo ovviamente non parlare delle persone dietro le 11 storie – canzoni racchiuse nel Cubo Rosso. Chi è Stefano? Chi è Adele? Non sveliamo troppo subito, leggete l’intervista e soprattutto non fatevi sfuggire questo bellissimo album.
Le origini musicali di Domenico Imperato
Diapason Vibe: Ciao Domenico e ben trovato. Intanto grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo per l’intervista. Abbiamo avuto il piacere di incontrarci già durante il concerto di Colapesce all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Prima però di parlare di Bellavista, vorremmo conoscere un po’ più in dettaglio Domenico. Chi è, dove nasce e come si forma il Domenico Imperato musicista?
Domenico Imperato: Io sono nato ad Acquaviva perché mia madre è originaria di Bari mentre mio padre è di Napoli. I miei genitori si sono conosciuti a Pescara dove ho vissuto e sono cresciuto musicalmente. A 12 anni mi è stata regalata la prima chitarra classica perché a scuola, alle medie, non sopportavo di suonare il flauto dolce. Il fatto curioso è che nonostante sapessi suonare solo pochi brani, tipo Il ragazzo della via Gluck, e nonostante la mia non fosse una casa di artisti (con l’eccezione di mio padre che ha ereditato il dono del canto del tenore da suo nonno), avevo già scritto due canzoni ma che non ricordo più. A casa si ascoltava molto Pino Daniele ma anche i Pink Floyd e Sting. Io ho continuato a suonare e studiare chitarra fin quando, intorno ai 15 anni, ho avuto i miei primi gruppi con cui suonavo tanto rock e reggae, prima come chitarrista e poi come frontman. Una volta arrivato a Roma per l’università, ho cominciato a sperimentare nuovi generi, passando per il jazz, il folk, la musica africana fino alla folgorazione per la musica brasiliana. Da qui, l’idea di partire per Lisbona per studiare portoghese visto che cantavo i pezzi di Jobim ma in inglese. A Lisbona, ho iniziato a lavorare come musicista professionista mentre a Roma studiavo musica nei ritagli di tempo. Poi inaspettatamente sono partito per il Brasile. Lì ho registrato il primo disco e che poi ho pubblicato in Italia al mio ritorno. Ora vivo di musica e il 2 febbraio esce appunto il mio secondo lavoro.
Come mai sei andato in Brasile, una scelta musicale o altro?
La scelta deriva dalla mia laurea in Sociologia della musica con una tesi sulla musica brasiliana. L’idea originale ai fini della tesi, era di trascorrere un periodo a Lisbona per vivere il suo incredibile clima musicale fatto di influenze spagnole, brasiliane e africane. Presentato il progetto al mio professore universitario, e dopo aver conosciuto un professore di ritorno dal Brasile proprio in quegli stessi giorni, sono finito in Brasile con una borsa di studio per una ricerca in sociologia e antropologia sulla cultura musicale locale. Una sera mi sono ritrovato in una casa di San Paolo, città immensa rispetto a Pescara chiaramente, a contatto con cantautori brasiliani di altissimo livello. In particolare, ho iniziato uno scambio musicale continuo con due di loro, diventando poi amici e producendo insieme il mio primo disco Postura Libera. Un’altra esperienza interessante è stata quella che ho vissuto nella casa in cui ero ospitato: un ambiente in cui il padre del mio amico, nome storico della musica brasiliana degli anni ’70, scriveva i suoi pezzi in sala, mentre io scrivevo musica con suo figlio in cameretta. Ho vissuto, potremmo dire, nella bottega dell’artigianato della canzone brasiliana.
Come è stato il rientro in Italia? Hai incontrato delle difficoltà?
Quando sono tornato dovevo pubblicare il disco, ma avevo molte difficoltà avendo vissuto per 3 anni fuori dall’Italia. Mi è servito un anno per riprendere i contatti, rientrare nel giro, fino al contatto con un paio di produttori ben conosciuti nella scena musicale italiana, che in realtà mi hanno fatto perdere tempo, lasciando il disco, già registrato, per circa 3 anni nel cassetto. Poi mi sono armato di coraggio e alla fine sono riuscito a pubblicare il mio lavoro. Sono ripartito con live, concerti e concorsi. Partecipare ai concorsi è una buona vetrina per portare in giro i tuoi lavori. Il momento più bello è stato quando ho vinto il Premio Fabrizio De André nel 2014, ma soprattutto partecipare a concorsi vuole dire anche conoscere altri cantautori, che a volte diventano amici.


Bellavista, il secondo lavoro di Domenico Imperato
Il 2 febbraio uscirà Bellavista, il tuo secondo album che segue Postura Libera del 2014. Rispetto al tuo esordio quanto è cambiato, se è cambiato, il tuo modo di fare, vivere e suonare la musica?
È cambiato tantissimo. Bellavista è il disco del cambiamento. C’è chi cresce prima, chi dopo, chi mai. Sento di essere cresciuto, di aver trovato una certa quadratura come uomo e musicista. Un lavoro bello ma intenso in certi momenti. Il primo è un disco acustico, molto etnico, che era quello che volevo. Nel secondo, invece, ho provato a tracciare venature rock e suoni elettronici che comunque mi appartengono. È un album più completo e con sonorità più mature. Postura Libera ha dei picchi molto belli che torneranno nel futuro, spero. È importante però fare cose diverse. Ho voluto anche fare i conti con la canzone italiana e tornare a casa, mettere i piedi per terra e confrontarmi con la figura del cantautore. In un primo momento mi muovevo tra l’essere chitarrista e cantante, anche nella scrittura mischiando musica brasiliana e Jazz.
Come hai scelto il nome del tuo disco?
Bellavista è il nome di un piccolo ristorante nella campagna pescarese. Una specie di covo di cantautori e musicisti locali, ma anche ritrovo di musicisti nazionali e internazionali che passano in Abruzzo. È un ristorante con una piccola sala concerti, è il posto in cui si ferma Capossela quando passa da Pescara. Francesco Arcuri l’ho conosciuto proprio lì durante un reading di Vincenzo Costantino “Cinaski”. È uno spazio che sembra essere diventato una specie di luogo di resistenza dell’anima, luogo dove si può appunto ripartire e prendere forza.
Entriamo più nel dettaglio. Partiamo dal Cubo rosso, che poi ritroviamo sia in copertina che nel video de Del mondo il canto: che cosa rappresentano Forma e Colore?
Al momento di pensare alla copertina c’è stata una specie di visione istintiva. Il Rosso è un colore che si può legare alla passione che c’è stata in questo lavoro. Sono andato molto d’accordo con Francesco, con cui ho deciso la maggior parte delle cose, e con gli altri collaboratori si è creata una forte affinità. Mi piace essere seguito da persone di cui mi fido e non è facile trovare persone con cui lavori bene. È stato un intenso scambio reciproco, fatto di emozioni e tanti sacrifici. Voglio citare Angelo Scogno che ha curato la registrazione, mio fratello che a distanza mi ha aiutato nella realizzazione della parte elettronica ed Erica Mou. Insomma, un bel lavoro di squadra. Il Cubo è invece una massa sonora di suoni e parole, che rappresenta e racchiude queste 11 storie – canzoni. È un disco corale con tanti personaggi (Stefano, Adele, Nino, Il Nano) a differenza di Postura Libera, in cui vi è un unico personaggio nel suo viaggio in mare aperto. Bellavista è invece il disco della terra. Il Cubo rappresenta anche il fardello di uno che ha scelto di fare il cantautore, quindi il peso della responsabilità e l’impegno notevole. Quando intravede la linea dell’orizzonte, lo poggia a terra e ci sale sopra. Qualcuno ci vede un palco, ma io preferisco vederci un altare che ti innalza per guardare lontano, Bellavista appunto.


Un album completo e molto curato nei suoni e negli arrangiamenti. Partendo dalla traccia d’apertura, Del mondo il canto, già il titolo evoca un senso poetico e di opera classica. Che ne pensi?
Un pezzo molto particolare diverso da tutti i brani che ho fatto. Musica e testo ricordano il primo disco per i ritmi e le sonorità brasiliane ma arrangiamento e produzione sono qualcosa di nuovo. È un brano che rimane a metà, un po’ aereo e che guarda tutto dall’alto. È un brano che traghetta tra il primo e il secondo album in un passaggio quasi naturale. Solo con il secondo brano, Stefano, si entra nella quotidianità e nella vita di paese. La scelta di farne un singolo è stata coraggiosa, fuori dagli schemi discografici e radiofonici.
Domenico Imperato è anche questo e vuole fare sentire anche questo.
Anche il messaggio che passa è molto importante perché ci ha guidato durante tutto il lavoro. Un po’ come dice il brano:
«Quello che deve succedere alla fine succede»
Far uscire il video è stato importante. Una lezione che ho imparato sentendo intorno a me molta ansia di arrivare, di godere, di ottenere e di vincere tutto e subito. Invece il viaggio è un cammino lento. Nell’accettazione delle difficolta riesci a trovare il sapore vero.
Bellavista è anche il titolo della traccia di chiusura, come mai?
Io ho proposto a Francesco che il disco iniziasse con Del mondo il canto, e lui mi ha dato ragione, proponendomi lui invece Bellavista come ultimo brano, ed io gli ho dato ragione. Forse, Bellavista era la canzone più positiva, un canto vitalista, nonostante le difficoltà raccontate. C’è molta voglia di andare avanti e resistere. La coralità finale è sembrata poi un buon modo per chiudere tutto il lavoro e lasciarsi con coraggio. È una parola molto evocativa e allo stesso tempo positiva come augurio per quello che deve ancora venire.
Bellavista richiama un posto reale. A parte Del mondo il canto, tutti i tuoi brani alla fine sembrano autobiografici o raccontano storie personali e di persone che conosci. C’è qualcuno che si può riconoscere nelle tue canzoni o che lo sanno?
[RIDE] Questa è una domanda che mi fa ridere. Ci sono persone che sicuramente si riconosceranno.
Ad esempio Adele è la mia vicina di casa che abita sotto di me, è un personaggio curioso, a tratti buffo. Non so se quando uscirà il disco lo capirà, ma io le ho cambiato il nome. In realtà lei si chiama… (ndr. non sveliamo il vero nome di Adele, ce lo teniamo per noi). Un personaggio che ha una sua dolcezza ma anche tanta tristezza. Infatti Adele viene da Taranto, una città deturpata e avvelenata che porta le persone a fuggire dal meridione e da situazioni di abbandono.
In Stefano, invece, mi sono ispirato a un personaggio noto a Pescara, conosciuto anche come Stefano Acid House per i suoi problemi di droga. Mi ha colpito l’immagine di lui nell’ultimo periodo di vita, ormai tossicodipendente. Era il periodo della crisi che entrava nelle giornate e nella vita di tutti. Lui invece di frequentare la periferia e i quartieri a rischio, andava in pieno centro a mendicare come a dire:
“Sono lo specchio di un disagio di un malessere più universale anche vostro”.
Il Nano non è un nano inteso dal punto di vista della statura, ma un nano nell’anima e di nani così ce ne sono tanti.
Poi nella canzone Al matrimonio di due nostri amici c’è la storia di due amanti che siamo io e la mia ex. Un brano autobiografico come anche Zitta e Primavera in autunno che parlano sempre della stessa storia. Quando una relazione importante e che ti ha dato tanto finisce è dura. Ci siamo passiamo tutti, ma molte canzoni d’amore nascono proprio così.
Possiamo dire che Al matrimonio di due nostri amici è un’eccezione dal punto di vista musicale e si discosta dal resto dell’album. Inoltre la partecipazione di Erica Mou è sicuramente la ciliegina sulla torta con la sua bravura e la sua eleganza canora. Come pensi sarà recepito questo brano?
Non so cosa aspettarmi, sono curioso di vedere come verrà recepito. Un brano semplice e diretto che commuove molto. Un’immagine molto forte, vera. Ogni volta che lo risento mi emoziona più degli altri. L’idea geniale dell’intervento della voce femminile è stata di Francesco e io ho pensato immediatamente di Erica Mou che ha subito accettato. La scelta musicale accompagna lo struggimento di questi testo malinconico.
Hai mai pensato di realizzarne un video?
È un pezzo molto visivo e cinematografico e anche a me ispira un video ma al momento, e questa è un’anticipazione, pensiamo di fare uscire il singolo di Zitta. Abbiamo parlato con il regista del primo clip e stiamo ragionando su qualche idea e soggetto. Zitta è un brano che suonato dal vivo arriva tanto e riceve molti complimenti come quando l’ho suonata in apertura di un concerto di Mannarino. Magari un giorno…
Il 2 febbraio esce il tuo album e presenterai il disco live, hai già delle date?
Il 1 marzo saremo in quartetto a ‘Na Cosetta a Roma dove avevo già presentato il primo disco. Abbiamo fissato altre due date (il 4 febbraio a L’Aquila e il 17 febbraio a Pescara) e un altro paio sempre in Abruzzo, ma tutto è ancora in fase di definizione. Vi aspettiamo allora al concerto a Roma.
…e noi ci saremo!



































