Il palco è buio, silenzio in sala, poi un fascio di luce colpisce lui, Mannarino, solo al centro della scena con la chitarra a tracolla. Comincia a suonare e l’Auditorium Parco della Musica esulta. Il concerto si apre con Roma, suonata in versione acustica in cui il cantautore viene illuminato da una poetica penombra.
E’ un concerto diverso da quelli della scorsa estate, il teatro crea un atmosfera più intima e introspettiva, è un Mannarino consapevole e ricco di suoni, di voci del popolo, di storie dal mondo, che ci regala canzoni rallentate e arrangiate in un ritmo soft nel corso della serata.
Nel palco sventola la bandiera nera e Lavinia Mancusi, oltre che a far sognare con la sua bellissima voce, crea delle suggestive coreografie sullo sfondo. Sono più di due ore di musica con un crescendo del ritmo che porta, nella fase finale della serata, tutto l’auditorium a cantare e ballare.
Mannarino si prende anche un momento ove, usando l’ironia e il sarcasmo tipici dei romani, illustra la sua visione di libertà. Regala sorrisi e riflessioni al pubblico, con quel suo modo carismatico di presentare a chi lo ascolta la semplicità apparente della realtà che viviamo.
Bravissimi i musicisti alle sue spalle, sempre pronti a seguirlo nei cambi del ritmo e, come dice lui, capaci di interpretare l’idea l’uno dell’altro ormai con uno sguardo. Chi assiste al concerto avverte la sinergia fra i musicisti così come il loro divertimento per quello che stanno facendo. Si crea così un connubio coinvolgente fra palco e pubblico, e ci sono scambi di battute fra spettatori e cantante.
Il concerto si chiude al grido di Mannarino nel megafono L’impero crollerà, facendo poi tremare l’auditorium con il finale, tutto da cantare a squarciagola, di Le Rane, Serenata Lacrimosa e, soprattutto, Me So’ Mbriacato.

































