Tears for Fears – Rule the World Tour // Roma Summer Fest 2019

Che tu abbia trenta, quaranta, cinquant’anni o più, almeno una volta nella vita hai ascoltato una loro canzone, sono pronta a scommetterci. I loro brani sono un mix di pop, synth e new wave a volte nostalgico, altre incalzante che ti entra dentro e si lega indissolubilmente a dei ricordi che diventano vividi e senza tempo. Magari non sai il nome del gruppo, ma di sicuro in un film, alla radio, in tv, o su Spotify una loro canzone l’hai certamente sentita.

Tears for Fears: era una reunion che aspettavamo da tempo, io e le centinaia di spettatori che riempiono la cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Infatti, l’ultima volta che la band si è esibita nella Capitale era il 1990. Mi guardo intorno e, a parte qualche rarissimo adolescente, l’età media si aggira intorno ai 40-50 anni. Per forza: i Tears for Fears, che stanno per esibirsi, hanno avuto il loro periodo d’oro negli anni ’80, per sciogliersi poi in maniera burrascosa dopo soltanto un decennio e continuare la loro carriera da solisti, senza riuscire a raggiungere però il successo che avevano avuto come band.

Tears for Fears – Rule the World Tour // Roma Summer Fest 2019
Tears for Fears – Rule the World Tour // Roma Summer Fest 2019

Riconciliati nel 2001, hanno riallacciato il loro sodalizio artistico ed oggi, visibilmente emozionati, Roland Orzabal e Curt Smith sono qui al Roma Summer Fest di fronte a noi per il Rule the World Tour, a suonare brani che fanno parte della colonna sonora della nostra vita. Così, l’intro che accompagna la loro entrata è la cover di una delle hit tratte dal secondo album, Songs from the Big Chair,dal titolo Everybody wants to rule the World, della quale ricordo distintamente ogni fotogramma del videoclip che passava su Videomusic, con Smith che sfrecciava in un’auto d’epoca in mezzo al deserto e un bimbo vestito da cowboy che gli sparava con due pistole giocattolo.

Quando iniziano a suonare questa canzone, il pubblico applaude ma, al tempo stesso, mantiene un certo contegno, forse per una sorta di pudore o di prudenza che non permette agli over 40 di alzarsi immediatamente sugli spalti e di cantare a squarciagola le canzoni che hanno segnato la loro giovinezza. Ma questa condizione dura poco, giusto il tempo per il duo britannico e il pubblico di riconoscersi davvero e lasciarsi andare. Smith invita gli spettatori in platea ad alzarsi per andare sottopalco: in meno di 5 secondi ecco che tutti sono lì a stringergli le mani e a batterle all’unisono sulle note di Change, brano del loro incredibile disco d’esordio, The Hurting, un concept album che racconta la sofferenza dell’infanzia difficile di Orzabal.

Le voci dei nostri si alternano nella scaletta, che ripercorre i maggiori successi lungo il decennio ‘81-‘93; ascoltiamo rapiti Pale Shelter, Break it down again, Advice for the Young At Heart, Woman in chains (con la splendida voce di Carina Round), che ascoltavo con il mio walkman mentre andavo a scuola. Sulle note di Sowing the Seeds of love riaffiora lo stupore del primo ascolto a casa della nonna materna, accompagnato dal commento smaliziato del mio coltissimo zio che decretò senza appello: «Questa è una canzone beatlesiana!»

Su MadWorld la platea si scatena, e pensare che questo brano ha avuto una seconda giovinezza quando è stato coverizzato da Gary Jules, che l’ha trasformata portando alla luce tutta la sua profondità e il senso di smarrimento che evoca, rendendola la perfetta colonna sonora del film Donnie Darko, icona della gioventù di inizio millennio. A proposito di cover: Orzabal, evidentemente il più scanzonato dei due, ad un certo punto si avvicina al microfono e inizia a parlare in italiano al pubblico, confessando di avere una fidanzata americana che parla benissimo la nostra lingua. Poi annuncia: «Questa canzone parla di due amanti», e attacca, tra lo stupore generale, la strafamosa Creep dei Radiohead. Ecco, questa scelta mi ha lasciato perplessa, e non credo di essere stata l’unica a pensarlo. È che, piccola digressione, dopo Vasco Rossi credevo che i musicisti l’avessero finalmente lasciata in pace, preferendo eseguire dal vivo i propri successi. Ma questo non rovina certo il concerto, anzi.

I Tears for Fears sembrano davvero a loro agio con il pubblico e, nonostante la distanza che separa il mio posto in tribuna dal palco, riesco a sentire chiaramente la connessione stabilita con il pubblico dopo un’ora e mezza di concerto. Ma non scherziamo: quando i nostri salutano il pubblico ed escono di scena manca LEI, la loro Hit indiscussa, e quei 5 minuti che ci separano dall’Encore (volgarmente Bis) sembrano interminabili.

Finalmente la band rientra sul palco e attacca una specie di versione Remix di Shout, ritardando il febbrile desiderio di tutta la cavea di urlare uno dei ritornelli più conosciuti degli anni 80. Ma quel momento arriva, e tutti lo lasciamo uscire quel grido, come recita la canzone (Let it all out!) mentre davanti agli occhi scorrono le immagini di quel preciso momento nel passato in cui quel ritornello si è impresso nella nostra testa. Per me è uno strano intreccio fatto delle immagini del video alla tv, con vecchi e bambini che cantano Shout insieme a Ozabal – Smith, e la sensazione di libertà mentre la ballo in uno dei locali rock più famosi della Capitale.

Qualche lacrima, da qualche parte nella cavea sarà scesa di sicuro, ma certamente non di paura.

Michela Centioni