I Toten Hosen e il gusto della scoperta

Per chi è cresciuto in Italia negli anni ’90, in pieno proliferare di riviste di cultura rock – quelle storiche come Rockerilla, ma anche fenomeni relativamente nuovi per l’epoca come il seminale Metal Shock! – quello dei Toten Hosen era un nome che ricorreva spesso, ma senza imporsi. Li si citava, certamente si ricordano le loro date a supporto degli U2, l’anti-inno calcistico al Bayern di Monaco e la buffa cover di Azzurro di Adriano Celentano, accompagnata da un video consapevolmente carico di luoghi comuni sull’Italia e gli italiani.

D’altro canto, era difficile che si sviluppasse interesse – in un’epoca in cui non c’erano Internet, YouTube, Spotify o altre agevolazioni di sorta e tutto quello che si ascoltava lo si doveva ricercare con fatica nei negozi e, soprattutto, pagare parecchio – ad approfondire la carriera di un punk rock band che cantava quasi esclusivamente in tedesco. No, non c’erano ancora nemmeno i Rammstein, verso i quali, almeno per chi scrive, la barriera linguistica è rimasta comunque significativa e la musica, pur bella e interessante, non è mai riuscita ad abbatterla del tutto. Ma i tesori sono fatti per essere scoperti, anche in tarda età. L’occasione è venuta dalla presentazione alla Berlinale – un raffinato festival di cinema, per chi non fosse avvezzo, che si svolge a Berlino, come il nome lascia intendere – del documentario sulla band Weil du nur einmal lebst – Die Toten Hosen on Tour, panoramica della brava – e se permettete, pure bella – regista Cordula Kablitz-Post sull’ultima tournée mondiale della band, formatasi a Dusseldorf nel 1982.

Weil du nur einmal lebst - Die Toten Hosen on Tour
Weil du nur einmal lebst – Die Toten Hosen on Tour

Ci sono andato per lavoro e ho scoperto un amore. In due ore di film i ritornelli anthemici e i ritmi forsennati, la simpatia dei membri della band e il loro stile sempre centrato ed elegante mi hanno letteralmente catturato, sebbene non capissi una sola parola di quello che dicevano. Anzi, questo, se possibile, alla veneranda età di 42 mi ha affascinato ancor di più, riportandomi alla mente di quando, ragazzino ancora poco avvezzo alla lingua inglese, cercavo di tirare giù i testi dei Queen o dei Guns N’ Roses dando un senso compiuto a quei fonemi. Oggi che ci vuol poco a fingersi esperti di tutto, avere per le mani qualcosa di difficile anche da fruire offre un sapore nuovo e speziato all’esperienza di scoperta. Chi siete, Toten Hosen, come nascete, e dove siete stati per tutto questo tempo? Non lasciamoci mai più, vi prego.

Toten Hosen – Andrea Guglielmino
Toten Hosen – Andrea Guglielmino

Mi sono gettato a capofitto nella ricerca per tentare di recuperare, ma soprattutto mi sono gettato alla conferenza stampa del film dove, fan da un solo giorno, sono riuscito a ottenere un selfie con il gentilissimo e disponibilissimo cantante Campino (vero nome Andreas Frege, siamo pure omonimi), che qualcuno ricorderà anche come interprete in un (brutto) film di Wim Wenders (Palermo shooting). La fortuna del principiante: con Bruce Dickinson non mi è riuscito, e lo seguo da trent’anni.  Il loro nome significa “I Pantaloni morti”, in un’espressione quasi intraducibile che significa “morti di noia”. Decisamente un nome antifrastico, visto che ad ascoltare le loro canzoni, con quei cori così catchy e gli arrangiamenti che più semplici ed efficaci non si può, tutto viene – ballare, cantare, pogare, urlare – fuorché di annoiarsi. Gli altri componenti attuali – sorvoliamo sulle precedenti formazioni – sono Andi (Andreas Meurer, basso), Breiti (Michael Breitkopf, chitarra), Kuddel (Andreas von Holst, chitarra) e Vom (Stephen George Ritchie, batteria, l’unico componente non tedesco della band, essendo inglese DOC). Hanno soprannomi come i Ramones e già questo ci piace, e proprio come i Ramones sono particolarmente apprezzati in Asia e Sudamerica, Argentina soprattutto, anche perché sono stati tra le poche band che non si sono rifiutate di andare fin laggiù per tenere degli show nel periodo di piena crisi economica all’inizio degli anni Duemila.

Per girare il film, la regista ha collaborato con Paul Dugdale, che ha lavorato per Prodigy, Adele, Ed Sheeran e Rolling Stones, e ha vinto un Grammy Award per il suo film sulla vita dei Coldplay, e ha seguito i 5 membri della band con la sua telecamera sul palco e dietro le quinte.

«Volevo dimostrare che Die Toten Hosen sono veramente quello che fanno, il loro elisir di lunga vita…pensi che potrebbero essere anziani e invece non è affatto vero. Sul palco hanno la stessa energia di sempre.»

«Davanti alle telecamere facciamo sempre finta di essere una famiglia felice – ha scherzato Campino – ma ovviamente in un progetto cinematografico c’è sempre confronto ed in quel momento che il film inizia a diventare buono.»

Nonostante i 19 milioni di dischi venduti, la band mantiene ancora un’attitudine aperta al pubblico e molto punk. I loro testi possono parlare di cose stupide, come il cibo avariato, o concentrarsi su problematiche importanti come il razzismo, o ancora parlare del rapporto con i fan. Nel loro repertorio c’è di tutto: storie d’amore (Bonnie und Clyde), inviti a non mollare quando si è in difficoltà (Steh Auf), attacchi alla stupidità e alla violenza (Schrei Nach Liebe, cover dei connazionali Die Artze, altra band assolutamente consigliata), citazioni cinematografiche (la super-hit Hier Kommt Alex, ispirata ad Arancia Meccanica), classici inni da palco (Tage wie diese), stralci di vita on the road (Wie viele Jahre). È solo un piccolo corollario, per un gruppo che ha alle spalle veramente tanta carriera alle spalle, lasciamo a voi il piacere di scoprire il resto.

Andrea Guglielmino