The Aristocrats – You know what…? European Tour // Crossroads Live Club (Roma)

Il concerto dei The Aristocrats di sabato 22 febbraio al Crossroads Live Club di Roma è stato talmente totale, geniale, stravagante e straordinario che risulta complesso riuscire a descriverlo compiutamente a parole. I tre musicisti – Guthrie Govan alla chitarra, Marco Minnemann alla batteria e Bryan Beller al basso – hanno impressionato e divertito il pubblico per più di due ore con la loro musica e i loro siparietti deliranti e divertentissimi fatti di battute, racconti e assoli stratosferici. Su tutti, richiede una menzione speciale lo splendido, infinito, strabordante solo di Minnemann, che ha suonato a velocità notevole e con tempi impossibili da definire qualsiasi cosa si trovasse a tiro, compreso il microfono, e ha regalato a tutti un bellissimo tributo a Neil Peart dei Rush.

I The Aristocrats sono una super-band nata nel 2011 e composta da Guthrie Govan (chitarra), Marco Minnemann (batteria) e Bryan Beller (basso), tre strumentisti internazionali, tre mostri sacri che un giorno si sono incontrati per una jam improvvisata e hanno scoperto di avere in comune, oltre a un talento sovrannaturale sostenuto da capacità tecniche difficilmente riscontrabili altrove e da una ferrea disciplina, anche una propensione a pensare la musica come qualcosa che deve essere tanto piacevole da ascoltare quanto divertente da suonare. E per divertente loro intendono assolutamente libera da condizionamenti culturali ed etichette limitanti: i The Aristocrats sono infatti attualmente considerati una delle più ricercate e talentuose rock-fusion band del mondo, capace di unire registri musicali che spaziano dal rock più classico al prog, dal metal al jazz, dal punk fino al funky e al country, e chi più ne ha più ne metta, in una miscela assolutamente originale, sofisticata e densa di virtuosismi, ma mai fine a se stessa.

Il concerto di sabato fa parte del tour promozionale per il nuovo lavoro della band, You know what… ?, quarto album in studio del trio, uscito nel 2019, che ha avuto un grande successo di pubblico e riconoscimenti da ogni dove. I tre sul palco hanno dato vita a uno spettacolo unico e travolgente, suonando per ben più di due ore e proponendo 11 brani tratti dai loro 4 album di studio. Marco, Guthrie e Bryan sono riusciti a integrarsi perfettamente e a dividersi in maniera equa i riflettori, dimostrando un affiatamento e una spontaneità incredibili, grazie anche a dinamiche di palco efficienti e ben rodate e alla notevole esperienza di tutti, tecnici compresi, che la band ha espressamente ringraziato a fine concerto.

Il concerto si è aperto nel migliore dei modi con Blues Fuckers, un concentrato di tecnica ed energia che è stato accolto con calore dal pubblico e ha scaldato immediatamente l’atmosfera. Seguono una serie di brani tratti dall’ultimo album: la bellissima D-grade fuck movie jam è psichedelica e molto seventies, quasi hendrixiana; la successiva, Spanish Eddie, è ipnotica, ha una struttura ragionata e per niente banale, in cui il lavoro di Beller al basso è di grandissima levatura e insieme al suono sempre impeccabile di Minnemann crea un supporto intricato su cui Govan sfodera una classe infinita, in una girandola musicale che passa dal fusion, al jazz, al blues, giungendo fino ai riff granitici e al prog metal con una naturalezza che è di pochi.

Il pubblico si diverte, i ragazzi sul palco si divertono, Beller è un mattatore che tiene banco e fa divertire. Nel brano successivo, When we all come together, viene fuori in tutta la sua magnificenza l’amore dei tre musicisti per il divertimento puro e il gioco musicale, con un sound country-western divertente e senza posa, veloce e ritmato, che esplode a un certo punto in un virtuosismo fusion per poi tornare al country “vecchia maniera”. Segue la malinconica The ballad of Bonnie and Clyde, un brano decisamente trascinante e appassionato che inizia in maniera morbida per poi virare su tonalità più risolute e grintose, in cui brilla il talento devastante di Govan, supportato dall’eccellenza di Minnemann che riesce ad unire forza trascinante e delicatezza incisiva.

Si prosegue con altri due momenti delicatissimi ed emozionanti: Get it like that, tratta dal primo album della band, è un brano jazzy in punta di dita con un groove cui è difficile resistere e che si chiude con un finale potente e roccioso che esalta le persone del pubblico, cui segue la bellissima e straziante Last orders, un brano caldo e sinuoso, appassionato e sincero, in cui si notano la grandezza della tecnica e il gusto straordinario per la melodia di Marco, Guthrie e Bryan e il loro impegno costante a coniugare tutto questo con la semplicità e spontaneità, al servizio della bellezza.

Prende la parola Govan, che, librino per bambini alla mano, racconta l’origine del brano successivo in scaletta, The Kentucky meat shower, una storia splatter e grottesca – cercatevela, ne vale la pena 😉 – per un brano tanto divertente quanto complesso da suonare, una cavalcata enorme che unisce country e rock, Nashville e Zappa. Sembrano non essere mai stanchi, i tre sul palco, suonano come dannati e veramente danno l’impressione di poter fare ciò che vogliono coi loro strumenti musicali, ma anche con maiali e polli di gomma e campanacci per mucche, creando un sound complesso e pieno, innovativo e del tutto originale, in cui ogni stacco, ogni cambio di tempo, ogni solo è al posto giusto al momento giusto.

È il momento di Desert tornado, brano dalla ritmica stratosferica, in cui si intrecciano talmente tanti generi che sarebbe inutile e anche un po’ fine a se stesso tentare di elencarli: quello che colpisce è la straordinaria forza che è in grado di sprigionare questo trio, unendo tecnica e fantasia per creare un vero uragano di suoni, riuscendo a non fare mai un lavoro freddo o difficile da “masticare”, ma anzi creando un groove in grado di catturare e conquistare tutti, da chi di musica non capisce un acca ed è in cerca di cose easy listening fino all’esperto musicale, in grado di sviscerare ogni passaggio tecnico e riconoscere lo spessore di ogni singola performance.

Ci si avvia ormai verso la conclusione, ma non prima di aver ascoltato ancora due brani. Il primo è Flatlands, brano decisamente ben riuscito, dolce, delicato e carico d’atmosfera, mentre la chiusura è affidata a Smuggler’s corridor, con la sua atmosfera western che ricorda molto quella dei primi film di Tarantino e il coro, baritonale nella traccia originale, affidato al pubblico guidato dal brillante Beller, che si è dimostrato un trascinatore d’eccezione e di grande esperienza, capace di tenere le fila di uno spettacolo che ha lasciato a bocca aperta tutti i presenti, che hanno continuato a commentare entusiasti la performance mentre uscivano fuori dal locale e si incamminavano verso le rispettive macchine.

Che dire? Uno spettacolo dei The Aristocrats è qualcosa che va oltre ogni aspettativa: il loro affiatamento è palpabile, lo show è ben costruito ed equilibrato, loro sono musicisti di livello eccelso sempre in grado di condividere lo spazio senza sopraffarsi, la scaletta è una vera bomba. Un’esperienza da fare e rifare!

La scaletta

  1. Blues fuckers
  2. D-grade fuck movie jam
  3. Spanish Eddie
  4. When we all come together
  5. The ballad of Bonnie and Clyde
  6. Get it like that
  7. Last orders
  8. The Kentucky meat shower
  9. Desert tornado
  10. Flatlands
  11. Smuggler’s corridor

Adriana Serra