The Black Keys al Rock In Roma: La Rivincita dei Tasti Neri

Il Rock In Roma di quest’anno ci sta regalando molte emozioni, grazie a un’edizione ricca di grandi artisti, esponenti di vari generi. Certo è che i più tradizionalisti e legati al nome del festival aspettano solo serate all’insegna del rock più autentico. Se il mese scorso ci hanno pensato i Fontaines D.C. a portare il sorriso ai fan del genere, stavolta sono i Black Keys che ci hanno concesso di vedere il Gold On The Ceiling.

La folla nel pit, da cui ho potuto assistere al concerto, era in estasi dall’apertura dei cancelli. Intorno a me sentivo le speculazioni più scontate, ma sempre degne di confronto, sulla serata che stavamo per vivere. “Ma con cosa apriranno?”, “secondo te la fanno questa?”, si chiedevano tra loro amici, fidanzati e fan in generale, con gli occhi pieni di entusiasmo.

Le domande e le chiacchiere vengono interrotte all’unisono, verso le 20:15, quando sul palco vediamo salire i Jet. La band australiana era infatti special guest della serata, tra la gioia e l’affetto dell’intero pubblico, cosa non scontata per un gruppo in apertura, non importa quanto grande esso sia, come nel caso dei leggendari Jet, autori di veri e  propri inni come Are You Gonna Be My Girl.

Il petto del frontman Nic Cester era visibilmente gonfio d’orgoglio, per via delle sue origini italiane, e lo sentivamo in ogni parola in italiano che pronunciava. Si divertiva talmente tanto a parlare con noi, che ha deciso di chiudere l’esibizione del gruppo cantando Un’Avventura, del nostro Lucio Battisti, le cui parole risuonano nella casa del cantante dalla prima infanzia, stando a quanto ci confida lui stesso dal palco.

Nella pausa tra l’esibizione dei Jet e dei Black Keys l’emozione aumenta, i fan cercano di andare sempre più vicini al palco, si scambiano consigli musicali e si scattano foto sorridendo. Tra una prova luci e una prova audio, a un certo punto tutte le luci si spengono, e dietro di me un ragazzo dice all’amico: Eccoli! I Black Keys! Ma di che stiamo parlando! .

Sono arrivati, Daniel Auerbach e Patrick Carney, i Black Keys. Il pubblico è in delirio, sul palco non ci sono solo due artisti, bensì, due eroi. Eroi dei cuori dei loro fan, la loro gente, che dal primo all’ultimo pezzo cantano ogni parola a memoria, quasi con la mano sul cuore.

Sul palco infatti non c’è solo un duo rock/blues con la sua band, ma ci sono due amici dall’infanzia, che hanno fatto della loro amicizia e del loro talento gli strumenti vincenti per assicurarsi numerosi premi, come i BRIT Awards, gli MTV Video Music Awards e gli ambitissimi Grammies.

Il concerto si apre con pezzi provenienti dai loro primissimi album, quasi a voler ricordare a tutti quale sia stato il punto di partenza, da dove tutto è iniziato, dopo che i due amici hanno lasciato il college per dedicarsi alla musica.

In seguito, gli artisti scelgono di proseguire in modo molto coraggioso, suonando, già a inizio serata, due dei loro pezzi più noti, Gold On The Ceiling e Fever.

Iniziare con due pezzi così grandi ed energici  non è da tutti, per farlo bisogna avere una grande produzione e dei fan davvero affezionati. Ma il duo di Akron sa di avere questo e molto di più, e infatti sceglie di usare questi due pezzi così celebri proprio per caricare ancora di più il suo già caldissimo pubblico.

Infatti, nel resto della serata, la folla non si stanca mai, si balla, si canta, si piange.

L’emozione ha il suo culmine durante Everlasting Light. Incorniciata da un ricco e magnetico assolo di chitarra, il pezzo proveniente da Brothers (2020) commuove il pubblico, grazie al suo testo dolce e delicato e alla sua esecuzione ricca di pathos.

Auerbach sceglie di cambiare e alternare le sue chitarre quasi ad ogni pezzo, per dimostrarci che nulla viene lasciato al caso. Quella del 16 luglio all’Ippodromo delle Capannelle è un’esecuzione che sembra curata in laboratorio, per la  precisione che la caratterizza: ogni brano e ogni momento è studiato, non vi sono mai carenze e nemmeno eccessi, pur mantenendo sempre l’esibizione imprevedibile e coinvolgente.

Anche le parole che gli artisti ci rivolgono sono misurate, l’imperativo della serata è fare musica, non c’è tempo per le chiacchiere. Ciò nonostante, i ringraziamenti dal duo alla band e, soprattutto, ai fan entusiasti, non mancano mai: “thank you” sono le parole che Auerbach pronuncia più spesso.

Senza pause, ma sempre con un’energia travolgente, ascoltiamo Next Girl, Lo/Hi, Weight Of Love, Psychotic Girl e Tighten Up, pezzi provenienti da ere diverse della storia del duo, ma che si legano tra loro alla perfezione, a dimostrazione della forte identità del complesso. Questa sezione si completa con  la leggendaria Man On A Mission, proveniente da No Rain No Flowers (2025), loro ultima uscita. Questo esprime la volontà di dedicare molto spazio ai pezzi nuovi, durante questa leggendaria serata.

Un’altra doverosa menzione va fatta nei confronti dell’esecuzione, da parte dei Black Keys, di On The Road Again, brano dei Canned Heat del 1987, che, nonostante la lontananza cronologica dal repertorio del duo, si sposa perfettamente con il loro stile. Infatti, lo psychedelic blues del brano fa da ponte tra le due band.

La serata sembra terminare con She’s Long Gone, visto che, alla sua fine, la band intera lascia il palco. Ma una serata così epica non può terminare senza un bis altrettanto sensazionale, ed ecco che, tra le urla e le richieste del pubblico, si sentono le prime note di Little Black Submarines.

A chiudere davvero la serata ci pensa Lonely Boy, brano leggendario proveniente da El Camino (2011), che esalta tutti, con sensazioni di gioia, commozione e senso di libertà.

Lonely Boy parla della vita di tutti, nessuno escluso. Ognuno ha nel cuore quel sentimento di riscatto e la speranza che ne deriva: I got a love that keeps me waiting, recita il testo. In quel momento probabilmente ognuno pensa alla propria vita e alle sfide che ha dovuto affrontare, esperienze diverse, eppure, tutti cantavano le stesse parole, all’unisono.

Il concerto si chiude dunque così, tra gli inchini e i classici lanci di bacchette e plettri.

La folla lascia l’Ippodromo, e piano piano ogni persona prende una strada diversa. Eppure, abbiamo vissuto tutti la stessa grande serata, quindi, forse, le direzioni che abbiamo preso finora sono più simili di quanto pensiamo.

Sul pianoforte, i black keys sono i tasti neri, e generalmente non sono facili da suonare: capire dove e come porli richiede attenzione e dedizione, ma il loro suono è essenziale, anche per la composizione più semplice. Allo stesso modo, i Black Keys possono vantarsi della grande dedizione che il loro pubblico ha per loro, e nonostante la comprensione dei loro testi e del loro suono arrivi ai cuori di tutti, sapere davvero quello che vogliono dire richiede un grado di attenzione e immedesimazione non indifferenti.

Nel complesso, sono artisti che non passano inosservati, e che, come i tasti neri, sanno davvero fare la differenza.

La scaletta della serata

Thickfreakness / The Breaks / I’ll Be Your Man

Your Touch

Gold on the Ceiling

Fever

Wild Child

I Got Mine

Everlasting Light

Next Girl

Lo/Hi

Weight of Love

Psychotic Girl

Tighten Up

Man on a Mission

On the Road Again (Canned Heat cover)

No Rain, No Flowers

Heavy Soul

Howlin’ for You

She’s Long Gone

Little Black Submarines

Lonely Boy

Aurora Marando