Peter Murphy – 40 Years of Bauhaus // Orion (Ciampino)

Il servizio fotografico della serata è stato realizzato da Michela Centioni (Instagram).

L’Orion di Ciampino è avvolto da una pioggia e da una nebbia sottili che sembrano voler ricreare l’atmosfera familiare a Sir Peter Murphy ed i suoi sodali. Il locale è gremito da un pubblico che aspettava impaziente la data annunciata da mesi e cogliamo, nel vociare dei presenti, la curiosità sulla scaletta e sulla performance che sta per iniziare. Siamo pronti e, dopo l’apertura dei Desert Mountain Tribe, alle 21.30 circa sul palco sale l’headliner. La cascata di note che Peter Murphy and Co. scelgono per iniziare è quella di Double Dare, ma appare subito evidente qualche problema sul setting audio della voce e degli strumenti. Dopo pochi secondi l’adirato frontman dà lo stop al batterista e si congeda dicendo:

«The sound is shit!»

Dopo 5 minuti di assestamento si ricomincia con l’irrinunciabile In the Flat Field, ma la band è ancora rigida e, non appena Murphy arriva alla seconda strofa del pezzo, l’energia elettrica si interrompe bruscamente. Dieci minuti di silenzio e traffico sul palco, dopo di che l’organizzazione comunica un black-out in tutta la zona. Con grande umiltà si ricomincia e Murphy issa una corona sul suo capo mentre intona le prime strofe sinistre di Burning from the Inside. Finalmente lo riconosciamo: lui, gli occhi glaciali e satanici, l’istrionico performer che ci ammalia dal 1978 con il suo magnetismo, voce profonda e le sinuose movenze fra suoni aspri e immortali.

La scaletta avanza con il riff acustico di Silent Edges in una breve ed acida esecuzione che lascia immediatamente il passo ad un palco violaceo. Le luci si schiariscono e dal buio interrotto da un incrocio di luci bianche emerge una mefistofelica Bela Lugosi’s Dead. Il pubblico si scioglie quando la band gli lascia totalmente il controllo durante il coro finale: dopo l’empasseiniziale, l’energia inizia a fluire compatta. Esplode un urlo corale alle prime note di diamonica a fiato suonata dallo stesso Murphy, e la band ci regala una suadente She’s in Parties, cantata in coro da tutta la sala.

Il set continua con il ruvido incipit di Adrenalin alla fine della quale finalmente la band interagisce col pubblico e lo ringrazia. Solo quando la chitarra pungente di Kick in the Eye fende l’aria e Murphy lascia la sua giacca di pelle sembra essere iniziato il vero spettacolo. Luci rosse e secchi colpi di rullante per The Passion of Lovers in cui la band lascia cantare un pubblico ormai totalmente avvolto dalle spire della musica. E poi ci provano di nuovo, più forte di prima, ora con il mood perfetto, quasi cinici a dispetto dei guai iniziali: la  lucida e tagliente Dark Entries fa smuovere anche le membra dei più pigri.

La platea ormai caldissima chiama a gran voce la band che si concede una breve pausa dopo circa 40 minuti di show, e rientra facendo le presentazioni di rito della formazione e scusandosi per l’inconveniente iniziale. Si ricomincia e l’encore prevede due cover: la sincopata Telegram Same, per il gran finale, la leggendaria Ziggy Stardust, cantata a gran voce da tutti mentre Murphy si concede un lungo abbraccio con i fortunati del sottopalco. Quando la band esce di scena il pubblico non ci sta e chiama Peter a gran voce ma non c’è nulla da fare: dopo circa un’ora di performance i nostri si ritirano definitivamente. Quarant’anni trascorsi sui palchi a fare la storia della musica and still kicking! Chapeau e welcome back!!

Tania Cavallo