Filippo Gatti, leader storico degli Elettrojoyce non ha certo bisogno di troppe presentazioni. Musicista, poeta e produttore musicale. Grandissimo amante dello scrittore James Joyce ed in particolar modo del suo Ulisse fonte di ispirazione sia per la sua carriera con band sia per quella da solista. In particolar modo La Testa e il Cuore, il suo terzo lavoro da solista uscito lo scorso 15 dicembre e che abbiamo ascoltato attentamente, risente molto di queste influenze. Abbiamo incontrato telefonicamente Filippo e di seguito la nostra approfondita ed interessante chiacchierata.


Diapason Vibe: Ciao Filippo, intanto grazie per la tua disponibilità. Sei un artista ben noto come leader degli Elettrojoyce e che dal 2000 ha intrapreso una carriera solista. Tantissime collaborazioni, tantissime produzioni, alcune anche per Sanremo. Dovendoti riassumere in due parole, chi è Filippo Gatti?
Filippo Gatti: Due parole? [RIDE] Difficile dire in due parole. Inizio come appassionato di poesia per poi rendermi conto che la musica contemporanea in un certo senso è l’evoluzione della poesia. La poesia contemporanea viaggia molto all’interno della musica.
Possiamo dire allora che sei un poeta – cantante?
Non mi posso autodefinire poeta perché normalmente i poeti si definiscono tali una volta morti. Se si è un poeta o meno non si può sapere, però lavoro in questo settore e mi interessa che la poesia rimanga viva. Mi sono sempre occupato anche di mantenere alto il livello della musica contemporanea nel mio paese aiutando altri artisti, facendo dischi e collaborando come autore.
Romano di origine, ma da diversi anni vivi in Maremma dove hai anche uno studio con tuo fratello. Una scelta musicale o di vita?
È un posto dove si sta bene e che conosco fin da quando ero piccolo. Avevamo questo piccolo podere di famiglia e lì nel ‘97 ho iniziato a trasformare una stalla in studio di registrazione. Elettrojoyce 2 l’ho registrato proprio lì. Nel tempo è diventato il mio lavoro il mio ufficio. Negli ultimi anni ho preferito vivere in Maremma più che a Roma perché vivo meglio, faccio una vita che mi piace di più, ma vengo a Roma volentieri. A vent’anni magari preferisci vivere in una grande città. A quaranta, ti godi la vita in un posto più sereno più isolato in zone con poca densità di popolazione.
Quali sono le differenze, se ce ne sono, tra il periodo con gli Elettrojoyce e quello attuale da solista?
Non ho trovato grandi differenze perché fondamentalmente lavoro sempre nello stesso modo. L’unica cosa che è cambiata è che ho deciso di prendermi la responsabilità di chiamarmi con il mio nome. Le persone che suonano nei miei dischi sono fondamentali, sono musicisti con i quali e attraverso i quali costruisco tutta l’operazione e la produzione del disco al massimo dell’intensità. Però l’essere un gruppo, anche nel nome, ha creato a volte delle fratture perché se decidi di fare un disco completamente diverso da quello precedente, magari i musicisti possono storcere il naso. Con il nome personale è tutto più semplice e più corretto ed ho la libertà di cambiare strada, come Ulisse, o cambiare squadra mantenendo la mia libertà di autore. Se domani voglio fare un disco con solo archi e voci lo posso fare.
Abbiamo avuto il piacere di sentire il tuo disco La Testa e il Cuore dopo la presentazione al Monk lo scorso 12 dicembre in occasione della conferenza stampa per il MEIllennials. Un disco composto da musiche soft e morbide, quasi sussurrate. Una perfetta colonna sonora per un viaggio on-the-road.
Se pensi che una delle ultime frasi di Uh! La rivoluzione, brano che chiude il disco, è proprio “se esiste ancora un cinema”. Una delle idee chiave era proprio di fare uno disco che fosse simile a un film, il gusto di ascoltare e il gusto di guardare in un’unica esperienza.
Hai parlato della relazione tra poesia e musica contemporanea, ma quali sono stati gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?
Posso tranquillamente dire che i due dischi che mi hanno influenzato maggiormente sono Com’è profondo il mare di Lucio Dalla e L’Era del Cinghiale Bianco di Franco Battiato. Come è profondo il mare lo ascoltava mio padre in macchina. Un disco che mi aveva colpito tantissimo perché c’erano delle canzoni che dicevano delle cose anche forti, ed io mi chiedevo sempre:
«COME È POSSIBILE CHE CI SIANO QUESTE PAROLE IN UNA CANZONE?»
Invece conobbi Battiato con il mega successo de La voce del Padrone, quando avevo 10/11 anni. Non capivo le parole ma mi era piaciuto tantissimo. Immediatamente dopo comprai L’Era del Cinghiale Bianco perché volevo sentire altri suoi dischi. Per me fu abbastanza sconvolgente, perché era un disco molto sperimentale e per un ragazzino di 12 era una bella botta. Mi rendo conto che questi due dischi sono stati decisivi, i due dischi italiani formativi, eccezionali da tutti i punti di vista: Battiato principalmente per la musica, Dalla principalmente per le parole. Tra gli artisti internazionali, sono invece molto legato a Van Morrison, cantautore irlandese che per me è stato sempre fondamentale, sia come pensatore di musica sia come scrittore, nonostante la musica possa sembrare una specie di R’n’B. Sono anche molto appassionato di Joni Mitchell: l’artista più complessa e di valore del ‘900, una donna che ha fatto alcuni tra i dischi più belli di tutti i tempi.


Lucio Dalla – Come è profondo il mare
Parlando invece di musica più recente e moderna, ascolti qualcosa in particolare?
Dal 2010 in poi di grandi innamoramenti non ne ho avuti. Sento che la musica mondiale è viva, ci sono giovanissimi artisti ma che non mi colpiscono particolarmente forse perché non mi sono ancora arrivati. Tra gli italiani, e non a caso ho pubblicato il disco con la sua etichetta, mi piace molto di Lucio Leoni. Secondo me ha fatto un album, che si chiama Il Lupo Cattivo, veramente nuovo e veramente coraggioso nel linguaggio. Ne parlo bene al di là del fatto che sia un amico.
Filippo Gatti e la sua visione della musica
Quanto è cambiato fare un disco nell’arco degli anni, non tanto dal punto di vista tecnico, ma per quanto riguarda la sua recezione?
Ricordo che da giovane non vedevo l’ora che uscisse un disco, mentre oggi i dischi hanno perso di attrazione, si ascoltano le singole canzoni, si ascoltano trovandoli casualmente su internet. C’è meno piacere di ascoltare un disco, non abbiamo così tanta voglia di ascoltarlo come una volta. Quando invece esce una serie televisiva, non vediamo l’ora di spararcela tutta d’un fiato, anche se magari dura 10 ore. Invece un disco che dura 30/40 minuti paradossalmente ci sembra lunghissimo. Forse abbiamo perso un po’ il fascino del viaggiare con la fantasia quando ascoltiamo la musica. Io ho lavorato alla musica di questo disco proprio per tentare di far si che fosse affasciante da ascoltare, anche quando lo si ascolta come sottofondo. Per questo ho inserito dei pezzi strumentali, al di là delle parole che restano il nucleo del brano.
Sicuramente molto dipende anche da come si vive la musica, come la si intende, e in questo momento abbiamo una sovraesposizione musicale tra i talent show e chiaramente internet. Però anche le serie televisive si risolvono velocemente oggi, non credi?
Guardare non rende liberi come ascoltare un disco o leggere un libro. Solo così la mente viaggia. I dischi, i libri e le serie televisive, al di là di come li utilizziamo, sono dei momenti in cui prendiamo tempo per noi stessi. Oggi siamo bombardati da moltissime informazioni e, rispetto al passato, è tutto molto più facile e allo stesso tempo immediato. Come dico ne Il Maestro e Margherita, “Facile e subito”. Questo ci rende distratti e non rispettosi del nostro bisogno di passare il tempo come vorremmo. Un buon disco è un’occasione per passare un po’ di tempo in maniera profonda con sé stessi. Se metto The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd passo 45 minuti di emozioni. Invece, un album realizzato con l’intento di essere commerciale o meglio direi comprensibile e soddisfacente al primo ascolto arriverà più velocemente alla gente, ma altrettanto presto si stuferà e ne vorrà un altro, e un altro ancora. Così, quel tempo che tu dedichi a te stesso non c’è mai, è come scorrere la pagina dei feed di Facebook o di Instagram e guardare mille cose in un secondo. Si tratta semplicemente di recuperare il proprio tempo. La mia idea è stata quella di fare un album che selezionasse gli ascoltatori in maniera decisa e facesse e avvicinare solo quelli con la voglia di passare del tempo con un disco dall’inizio alla fine.
Prima hai citato istintivamente The Dark Side of the Moon, come mai?
Si, mi è venuto istintivamente, anche se in realtà spesso l’istinto non è casuale. È uno dei primi album consapevolmente cinematografico, con una precisa sceneggiatura, con un preciso racconto in cui la musica accompagna i testi. Anche dal punto di vista della qualità del suono fu uno dei primi dischi che non venne prodotto nei tempi classici di quegli anni. I Pink Floyd hanno lavorato su quell’album tantissimo tempo e probabilmente, se non fosse stato così perfettamente in equilibrio dal punto di vista del missaggio, quel suono non avrebbe potuto essere così rivoluzionario. Un album fondamentale e di riferimento per tutta la musica moderna, una vera e propria pietra miliare.


La Testa e il Cuore
Parliamo del tuo ultimo album partendo dal titolo: La Testa e il Cuore. Cosa significa esattamente?
In questi 15 anni io ho fatto tre dischi che sono collegati tra loro come una specie di trilogia. Il primo disco, Tutto sta per cambiare (2003) è molto intellettuale, quindi la testa. Il secondo, Il pilota e la cameriera (2012), invece è molto spontaneo e sanguigno, di cuore. Con il terzo ho cercato di mettere insieme i primi due usando questi due elementi, appunto la testa ed il cuore, a sintesi. Già in Memoria Libera, presente in Tutto sta per cambiare e dove canta pure Bruno Lauzi, c’è un verso che dice:
“Ti hanno allontanato la testa e il cuore”
Tra l’altro risentendo un disco di Van Morrison che ascoltavo da ragazzo, in I Forgot that Love Existed il ritornello dice:
“Se il mio cuore potesse pensare e la mia testa potesse sentire saprei che cos’è vero”
Il ritornello di questa canzone mi ha sempre colpito e forse inconsciamente ho voluto anche citare questo.
Arriviamo alla copertina: un’immagine in bianco e nero di una donna con un occhio bendato, tipo pirata. Cosa rappresenta esattamente?
La copertina ha una storia ben precisa e la donna in copertina è Arianna, mia moglie, con cui sto praticamente da 25 anni. Lei è sempre stata fondamentale. In tutti i dischi c’è sempre lei, è il personaggio a cui parlo, è il mio interlocutore più sincero e più profondo perché abbiamo questo rapporto da sempre. Arianna è un’attrice e in quel periodo si trovava su un set fotografico in costume per la bravissima fotografa Lucrezia Testa Iannilli. Durante il set, un suo amico ha “rubato” con il cellulare questa immagine di Arianna con appunto la benda sull’occhio. Il disco l’avevo già pensato e progettato ispirandomi alla storia di Ulisse e come sai sono anche un grande appassionato di Joyce da cui gli Elettrojoyce. Joyce quando scrisse l’Ulisse aveva un occhio bendato e quando ho visto quella foto ho subito pensato che fosse quella la copertina giusta. Il contrasto tra un occhio che non vede e un occhio che vede, come il contrasto tra la testa e il cuore. Purtroppo, essendo stata fatto con il cellulare, non era di altissima qualità per poterla stampare. Mi sono quindi rivolto al mio amico Oscar Corsetti che da anni realizza quadri in bianco e nero con la china a partire da foto digitali. Sempre da quell’immagine mi è venuta l’ispirazione della storia del video e del booklet. Ho pensato di creare una specie di film “pinkfloydiano” con questa donna misteriosa con l’occhio bendato in una storia di pirati che noi interpretiamo. Tutte le foto presenti nel booklet sono sempre opera di Lucrezia.
Per le canzoni partiamo quindi da un racconto epico ispirato a quello di Ulisse. In Da soli non si può stare si parla del rapporto sentimentale con un chiaro riferimento alla situazione di Penelope che attende il ritorno del suo vero amore. Il legame è solo dettato dalla passione per Joyce o c’è dell’altro?
Diciamo che Joyce è un elemento, ma l’elemento della storia di Ulisse è un po’ un collante. Per me è stato proprio necessario impostare e usare la storia di Ulisse, non solo come elemento autobiografico, ma anche per raccontare questa situazione in cui siamo tutti noi: noi siamo in viaggio nelle nostre vite, come lo sono queste persone che vengono da noi. Non a caso la prima canzone del disco, intitolata il Re di Lampedusa, l’ho scritta quattro anni dopo il grande incidente in cui morirono più di trecento migranti. Continuo a ripetere questa frase: loro in questo viaggio rischiano la vita, ma noi rischiamo l’anima quando non facciamo la cosa giusta, quando non tentiamo di accogliere queste persone. Per me questo è il cuore della storia. Da soli non si può stare l’ho scritta pensando ai Proci che cercano di convincere Penelope ad abbandonare la speranza del ritorno del vero amore. Una riflessione su come oggi spesso ci si accontenta di un rapporto di coppia che è quasi un rapporto di convenienza. La canzone gioca sull’ambiguità di questa domanda: stiamo insieme ad una persona perché ci conviene o perché c’è un sentimento vero?
Restiamo quindi sul tema del rapporto di coppia: in Amore Perdonami, dedicata a tua moglie, le chiedi di perdonarti del tempo che hai sottratto e che sottrai a lei per la musica?
Si, chiaro e tondo!!
In Epifania in un mercato di Dublino c’è questa specie di cantato religioso. Da dove proviene?
È successo tutto a Dublino, nella città di Joyce dove mio fratello ha avuto uno studio musicale per 10 anni ed io spesso ho lavorato lì. Ero in strada e c’era un ambulante che vendeva, con questa specie di litania che sembrava quasi sacra, i Tobleroni. Praticamente diceva:
“Tre tobleroni per 5 euro”
Mi è arrivato questo segnale, quindi ho preso il telefono e l’ho registrato. Mi sono messo in testa che l’avrei usato nel disco. Mi ha colpito l’idea di questa commistione tra sacro e profano in un mercato.
Com’è possibile che un evento semplice e apparentemente insignificante come la cantilena di un ambulante si possa trasformare in musica? Sembra quasi che l’idea di scrivere e creare musica ti accompagni sempre come un chiodo fisso!
Certo! In Gente di Dublino, Joyce aveva fatto questo discorso sull’epifania intesa come apparizione. Un meccanismo che viviamo tutti i giorni ma questo scrittore l’ha reso importante e fatto diventare più chiaro agli occhi di tutti. Sei per strada ed incroci una persona che ti dice una cosa per caso e quella frase ti apre improvvisamente una riflessione profonda a cui non saresti mai arrivato, ti arriva lì, ti appare, un’epifania. Mi piace tanto quel brano perché non ho scritto una canzone, ho semplicemente captato una registrazione di un canto che secondo me era significativo come per qualcuno che l’ascolta con attenzione, come mi stai dimostrando tu.
Riprendiamo la canzone Il Re di Lampedusa e la relazione con Le Sirene e le Stelle. Mentre il primo brano si riferisce alla tragedia dei migranti, il secondo invece contiene un messaggio di speranza.
Anche in Il Re di Lampedusa c’è sempre questo mio gioco di inserire elementi dell’Odissea. Ulisse è naufragato dopo aver fatto incazzare Nettuno e Nettuno è un potente, come Trump. Lo fa naufragare e lo lascia nei flutti anche se lui in qualche modo riesce ad arrivare a terra. Invece, le Sirene e le Stelle fa ovviamente riferimento all’episodio delle sirene. L’idea era di immaginare Ulisse legato al palo mentre sente il canto delle sirene e percepisce un livello più alto che in qualche modo tutti questi dolori, tutti questi passaggi sono superati. In poche parole è il racconto di quello che io ho vissuto in questi 20 anni, da quando ho iniziato a fare musica ad oggi. Una fase di superamento, arrivare nel punto in cui tu sei lì in alto, sei quasi arrivato alla spiaggia dove puoi ricominciare con una serenità diversa. Per questo motivo, questi due brani sono posizionati esattamente in questo modo, uno nella parte scura e uno nella parte alta.


Una visione positiva delle Sirene invece della classica visione di donne ammaliatrici e tentatrici?
Positiva, ma anche questo potrebbe essere un inganno, non lo sappiamo. Però, sicuramente, ad un certo punto devi alzare la testa ed immaginare che ci sai una via di uscita dalle cose. Se non lo fai, se pensi che le cose non possano migliorare, non ne uscirai mai. Per questo mi piace Ulisse come eroe, perché immagina sempre una via d’uscita anche quando si trova nelle situazioni più impossibili.
Rimanendo su Il Re di Lampedusa abbiamo notato che hai inserito un estratto di un discorso di Trump sulla costruzione del muro al confine con il Messico e che nella parte centrale c’è una specie di canto di un muezzin. Qual è il significato di questi due inserti?
Matteo D’Incà, il musicista/produttore con cui ho collaborato per la realizzazione dell’album, mi ha sottoposto una registrazione di un grandissimo poeta che vive vicino Rieti che si chiama Pietro De Acutis. Ascoltandolo, ci venivano le lacrime agli occhi. Esiste un’antichissima tradizione italiana di improvvisatori in ottava rima che si trova sia in Maremma che in centro Italia. Se si ascolta distrattamente questa melodia può sembrare appunto un muezzin. Questo mi serviva per dire che nel Mediterraneo siamo un popolo di meticci, siamo tutti mischiati da più di 3000 anni. Se io ho i capelli neri ma sono nato a Roma è magari grazie un mio antenato che veniva dall’Africa del nord. Non c’è differenza tra tutte queste culture, siamo la stessa cultura. Il mediterraneo è un’unica cultura e l’Odissea è un libro che racconta la cultura di un’intera area del mondo. Non sono gli africani che ci invadono, quelli siamo noi, sono i nostri nonni o siamo noi del futuro. Trovo incredibile che ci sia ancora qualcuno che pensa che sono degli invasori e che devono stare a casa loro. Casa loro è qui e lo dirò finché sono in vita. Come artista, ho voluto sintetizzare questo discorso contrapponendolo due personaggi: la persona che rischia la vita per fuggire e quel criminale di Trump che sta al comando di tutto il mondo occidentale. Per questo abbiamo inserito Pietro, il poeta che fa improvvisazione alle cene tra amici in un piccolo paese nel centro Italia, e quel campione di Trump che parla della costruzione del muro. Io chiedo a una persona che ascolta il brano di scegliere da che parte stare: il capo del mio mondo è il poeta, il capo del tuo mondo è Trump? in bocca al lupo!
Nella canzone c’è il refrain “ancora credi che una vita vale mille vite”. Le mille vite sono evidenti, i migranti, ma quella vita singola chi è per te?
Ci metto tanto a scrivere tutti i miei pezzi, li peso e li ripeso a volte anche per due anni prima di pubblicarli. Le frasi sono semplici con parole molto semplici, ma non sono semplici da interpretare proprio perché voglio essere sicuro che ci siano più livelli di lettura. Credo nella libertà di chi legge e io scrivo in modo da lasciare più libertà possibile a chi ascolta. Quel verso può essere valutato paradossalmente da due punti di vista. Non si può vivere come se la nostra vita vale poco, dobbiamo credere al suo valore immenso, appunto una vita vale come 1000 vite. Allo stesso tempo, non possiamo continuare a pensare che se muoiono 150 persone su un barcone non conta nulla e se il figlio di un miliardario si fa male al piede deve andare in televisione. Questo quando ci sono madri che con i loro bambini che si gettano in acqua e muoiono affogati per scappare da una guerra civile. Penso che prima o poi dovremmo rimettere in ordine questa situazione.


Ci ha colpito quando dici che i tuoi testi sono scale al buio, come se rimanessero misteriosi anche a te. Qual è il processo per generare un testo del genere senza essere pienamente consapevole del significato?
Innanzitutto io scrivo solo quando mi arriva una folgorazione, non mi metto seduto a scrivere come un professionista. Dopo aver individuato il tema, ad esempio realizzare una canzone sui Proci, è come se al centro nella mia testa pazza si trovasse una persona che da una parte mi sussurra una cosa, e dall’altra l’esatto opposto. Se uno legge bene le strofe delle canzoni, queste sono opposte perché tutto l’album, come il bianco e nero, come l’occhio chiuso e l’occhio aperto, si trova nella posizione di sintesi di due opposti. L’ho detto più volte e continuerò a dirlo, in questo momento gli ascoltatori devono prendere una posizione. Noi dobbiamo recuperare la nostra libertà di ascoltatori perché siamo ascoltatori spenti e distratti. Ci aspettiamo che qualcuno ci dica cosa dobbiamo pensare, cosa deve piacerci. Non mi basta fare un bel disco che la gente sente perché così è contenta mentre è in macchina. Ogni ascoltatore dovrebbe arrivare a decidere da che parte stare fino all’ultimo. Se riesco in questo, allora come artista sono veramente soddisfatto.
Con la canzone Il Maestro e Margherita si parla del lavaggio del cervello, ma da che punto di vista?
L’idea è sempre letteraria ed è solo una chiave di lettura per farti capire da che posizione stare. Il protagonista, il maestro, è il diavolo che dice a Margherita:
“neanche di me che ti sto dicendo di non fidarti, non ti fidare”
Trova la tua posizione, non è tutto facile come sembra e le cose non sono libere come sembra. Ho tentato inizialmente di fare il brano per un ascoltatore giovane o di animo giovane come una Margherita o una persona fragile. Un tentativo di avvertire di stare sempre attenti perché non è tutto semplice. Anche un modo per dire che se ti viene un dubbio, quel dubbio può essere un tuo nemico ma può essere anche un tuo amico, quindi fallo diventare un tuo amico.
Però così non ci troviamo in un’incertezza costante?
Non la vedo come un’incertezza, piuttosto come il fatto che dobbiamo prendere coscienza di quello che stiamo facendo, sempre. Dobbiamo essere svegli, non è epoca per dormire questa. In un mondo accelerato pieno di cose che succedono tutte insieme, credo che sia giusto e sano prendere decisioni in maniera cosciente. Non mi andava di fare un album soltanto perché arrivato a una certa età potessi dire:
“Lo so io come vanno le cose, adesso ve lo dico io, vanno così…”
Non apprezzo quando i miei colleghi cantautori fanno i saggi e dicono come stanno le cose. Io quando vedo un problema, tento con la musica di far riflettere l’ascoltare. Io non ho la soluzione ai problemi della vita, ognuno ha la soluzione per la propria vita. La cosa importante è essere presenti. Come Ulisse, che istintivamente cambiava radicalmente strada solo per salvarsi dalle situazioni difficili. Questo è il segnale che voglio dare: se siamo svegli ci salviamo.
Perché chiudere l’album con Uh! La rivoluzione? C’è un motivo particolare?
Perché tra tutte le canzoni è quella più certa, fino a lì questo gioco del vuoto e del pieno, del bianco e del nero è in costante movimento, quello è un testo che quando l’ho scritto l’ho sentito sicuro, stabile. Per me quella canzone è come la spiaggia nel videoclip. Se c’è una cosa stabile sono le parole di quella canzone. Rivoluzionare non significa distruggere ma capovolgere, ritrovare il capo, ritornare al punto di partenza. Motivo per cui ho aggiunto questa esclamazione Uh! Inteso anche come un’inversione a U. Quando non sai bene qual è la posizione o la strada da prendere devi ritornare alla base. Un mondo in cui dei bambini muoiono in mare è un mondo al contrario e rivoluzione è rimettere le cose dritte. Tutto sommato noi abbiamo molto più di quello che pensiamo di avere e se ritroviamo il valore di una bella giornata trascorsa insieme ad un amico o una persona cara, o ad ascoltare un buon disco o a vedere un film, se recuperiamo questo tipo di esperienze, scopriamo che alla fine non siamo così depressi e tristi in un modo di merda. Ora io sono in giardino a giocare con il mio cane, gli tiro la pallina e lui gioca, sono qui a parlare con te… sto bene! È un attimo che ti permette di recupera la posizione giusta. Se invece sei sotto botta di tutte queste informazioni, di tutta questa sorta di terrorismo psicologico che ci aggredisce tutti i giorni, non ti godi quello che hai. Se invertiamo la polarità, facendo appunto un’inversione a U, in un secondo scopriamo che tutto sommato stiamo abbastanza bene. Questa è l’unica canzone dove non c’è nulla da interpretare, non si muove con due frecce che vanno di là e di qua, ma è stabile, per questo l’ho scelta come chiusura del disco.
Quando dal vivo?
Da marzo stabiliremo una strategia di concerti perché ultimatamente ho fatto principalmente il produttore, e suonando in giro dove mi invitavano. Sono quasi 10 anni che non ho un’agenzia di concerti e ora finalmente stiamo mettendo su una squadra professionale, quindi a breve ripartiremo con i live.
Filippo, grazie mille per la piacevolissima chiacchierata e speriamo in questo viaggio di rincontrarci presto!


































