Bruce Dickinson // Teatro Dal Verme (Milano)

Era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: Bruce Dickinson, lead singer degli Iron Maiden, lontano dalle folle oceaniche che riempiono gli eventi relativi alla sua band madre, a parlare in un teatro da 1500 posti (il Dal Verme di Milano, riempito per circa ¾ di capienza) per presentare al pubblico la sua autobiografia, A cosa serve questo pulsante?, uscita da poco con Harper Collins anche nel nostro paese.

Bruce Dickinson - A Cosa Serve Questo Pulsante? - Teatro Dal Verme (Milano)
Bruce Dickinson – A Cosa Serve Questo Pulsante? – Teatro Dal Verme (Milano)

Il prezzo del biglietto era forse un po’ alto (€100 per un posto tra i migliori) ma la possibilità di incontrare il carismatico cantante, e scrittore, e spadaccino, e pilota d’aereo, e regista, e mastro birraio e chissà quante altre qualifiche che ora ci sfuggono e di potergli rivolgere qualche domanda era veramente unica per tutti. Sperando anche – diciamocelo – che ci fosse la possibilità di avvicinarlo per una foto o un autografo sul disco preferito, memori della disponibilità dimostrata dalla sua controparte maideniana Steve Harris durante il tour ‘semi-solista’ con i British Lion nel 2013. Con Bruce funziona diversamente, quindi le aspettative dei fan irriducibili vengono (parzialmente) disattese: a chi compra il biglietto spetta una copia del libro autografata – che comunque non è poco – e solo quella.

Per il resto Dickinson arriva in largo anticipo ma non dà particolare confidenza alla folla tutto sommato sparuta che lo attende all’ingresso artisti del teatro, e alla fine dello show scappa dal palco e vola via verso l’albergo in un furgone dai vetri oscurati. Solo pochissimi irriducibili fortunati riescono a individuare la sua location per il pernotto e a rubargli un fugace scatto. Gli altri sono costretti ad affrontare la piccola delusione e riporre nello zaino i pennarelli e la copia portata da casa di Live After Death. Né viene organizzato alcun tipo di attività stampa, forse per evitare domande di troppo sui Maiden o comunque non attinenti alla promozione del libro. Non si potrebbero scattare nemmeno foto, e tuttavia qualcuna viene ‘rubata’, ma nessuno si lamenta troppo, dato che l’amore, la passione e il rispetto che tutti portano in sala per chi sta sulle scene si respira mescolato all’ossigeno.

 

In compenso, va detto che Bruce si spende parecchio durante lo spettacolo – e particolare privilegio per noi, che avendo prenotato per tempo ci troviamo in primissima fila con lui a pochi metri di distanza – che occupa lo spazio temporale di quasi tre ore ed è impostato come un vero e proprio ‘one man show’, che agli aneddoti di vita affianca battute di tipico stampo british, piccole imitazioni, riflessioni e quant’altro. Dickinson, che come rivela ha studiato recitazione, regge il palco tutto da solo, senza alcuna moderazione e senza artifici. Usa un proiettore per scorrere le foto e un piccolo laser per puntare le immagini, e poi le commenta in maniera del tutto spontanea, come probabilmente farebbe durante una serata tra amici, davanti a una birra. Letteralmente vero, dato che mentre chiacchiera sorseggia amabilmente una delle sue, la The Trooper, un auto product-placement per ottimizzare la pubblicità.

Il suo inglese è chiarissimo e comprensibile, l’atteggiamento cordiale e aperto, la mimica fa il resto e non si disdegna un po’ di improvvisazione. Certo un po’ per godersi il tutto la lingua bisogna masticarla, ma è tutto impostato in maniera talmente spontanea che basta un livello scolastico affiancato alla lettura del libro per capire di cosa si stia parlando. Gli argomenti sono vari, dall’infanzia in puro ambiente contadino alle prime esperienze con una band:

«Abbiamo scelto Let it be perché il testo era semplice. Bastava ripetere il titolo all’infinito.»

Alla storica volta in cui si fece cacciare da scuola per aver urinato in un prestigiosissimo trofeo, poi l’entrata nei Samson seguita da un trionfale tour:

«In Inghilterra, in Scozia, poi in Inghilterra, in Scozia e infine le date d’addio…in Inghilterra e Scozia.»

Dei Maiden si parla, naturalmente, ma sorvolando su ogni possibile polemica o dettaglio pernicioso. Bruce ammette di essere invidioso di Harris:

«Le sue gambe, sembrano quelle di una rana. Perfette e agilissime, tutti i pantaloni che stavano bene a lui per me erano improponibili.»

Poi la coscienza di aver avuto nel giro di un periodo brevissimo tutto quello che si può desiderare nella vita.

«Mi chiedevo – dice – e ora che cazzo faccio per tutti i prossimi anni? Ringraziavo Dio ma gli chiedevo anche ‘non è che potresti rallentare un pochino?’.»

E ancora racconti sul tour in Brasile con rovesciamento degli amplificatori sulla folla e incidente con sanguinamento frontale, finito in prima pagina al posto del concomitante concerto dei Queen, il buffo incontro con la Regina d’Inghilterra («la regina quella vera, non la band»), ignara del concetto di “heavy metal” e l’abbandono della Vergine di Ferro nel ’93.

«Avevo bisogno di fare un salto nel vuoto e mettermi nella condizione di non sapere cosa aspettarmi – spiega – esattamente come quando pisciai nel trofeo del preside.»

Ironia ma anche tanta autoironia, come quando sottolinea che i suoi pantaloni gialli durante il tour di Powerslave erano in tinta coi suoi capelli, ma anche quando parla del cancro alla gola, che lo ha colpito nel 2015:

«Mi avevano detto che potevo perdere i capelli per via della chemio. E non mi importava, ero preparato. Ma invece i capelli sono restati dov’erano. Mi è caduta la barba lasciandomi con degli orribili baffetti. Per questo non volevo foto, sembravo uno dei fottuti Village People

Buone notizie sul versante musicale e cinematografico, dato che il singerrivela di aver già pronti i demo per il suo album solista e di aver inoltre acquisito i diritti per il libro On a pair of Silver Wings per farne un film (dopo l’esperienza come sceneggiatore con The Chemical Wedding nel 2008). E tutto questo solo nella prima parte.

Dopo una breve pausa infatti Dickinson torna a calcare la scena per rispondere alle domande del pubblico, gestite con un pratico sistema di bigliettini da riempire e consegnare allo staff. È lo stesso Bruce a scegliere le più interessanti, alternando istanze sopra le righe («Qual è l’esperienza sessuale più assurda che ti sia capitata») ad altre più seriose che gli permettono di spaziare su argomenti profondi come l’uso della voce, la religione o i suoi gusti in campo artistico:

«Una delle volte che chiesi un autografo era per William Shatner, il capitano Kirk di Star Trek

Evita espressamente la risposta a tutti quelli che gli chiedono perché dal vivo non canta Alexander the Great ma con un simpatico espediente trova il modo di regalarci almeno un assaggio delle sue sublimi capacità canore, chiudendo con le prime strofe dell’imponente Revelations.

Andrea Guglielmino