Tra una lezione ed un’altra, abbiamo rubato del tempo a Giovanni Rago per parlare con lui di musica ed in particolare di Locus, il suo album d’esordio in trio per la Headache Production. Gli altri due componenti del trio sono Mario Guarini al basso elettrico e Lucrezio De Seta alla batteria. Locus vede anche la partecipazione straordinaria di Elisabetta Serio, pianista di fama internazionale, già al fianco di artisti del calibro di Pino Daniele e Noa. Un’interessante chiacchierata su come la musica è cambiata, l’energia del trio e cosa significa registrare un disco Jazz adesso.


Giovanni Rago Trio
Diapason Vibe: Diamo il nostro benvenuto a Giovanni Rago. Hai un lunghissimo curriculum: classe ’87 e suoni dall’età di 13 anni, hai studiato quattro anni chitarra classica, fonia e tecniche di ripresa in studio, suonato con diverse band e aperto concerti di artisti di fama in diversi festival in tutta Italia. Dal 2006 vivi a Roma dove hai lavorato come fonico turnista in studio di registrazione. Ma non ti fermi qui, e nel 2009 completi il triennio di Composizione per Musica da Film e collabori per ben 6 anni con la Rai sez. Cinema e contemporaneamente completi gli studi di Chitarra jazz (triennio e biennio). Se questo già non bastasse, nello stesso periodo hai collaborato per tre anni (2009/2012) con Guitar Club scrivendo una rubrica mensile di Ear Training sul fraseggio cantato. Ora sei un anche un docente presso accademie pubbliche e private per i corsi Pre-Accademici Conservatoriali. A 30 anni hai già una grandissima esperienza in campo musicale, si può dire letteralmente una vita per la musica?
Giovanni Rago: Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno portato su questa strada. Io vengo dal Cilento, anche se sono nato a Carmagnola in provincia di Torino, e ho studiato a Roma. Viaggiare ogni settimana dal sud di Salerno è stato un grosso sacrificio che mi ha fatto però perseverare.
Sei riuscito a conciliare la passione per la musica con il resto della tua vita?
Assolutamente sì, io ho scelto proprio di fare questo nella vita.
Quanto è stata difficile questa scelta e lo è ancora oggi?
Sono cresciuto forse nel peggiore momento economico per l’Italia a cavallo tra Lire ed Euro, uno di quei passaggi che ci hanno segnato molto. In un momento di precarietà generale anche se si fa l’ingegnere, il medico o il musicista si è sempre precari. Sicuramente con la musica c’è più precarietà, però almeno faccio una cosa che mi piace.
Da studente sei passato ad essere un docente. Rispetto a quando tu studiavi hai notato un approccio diverso nei tuoi allievi?
Sì, molto perché ora ci sono molti più mezzi a disposizione. Quando io studiavo, almeno i primi anni, non esisteva YouTube e non c’erano i tutorial quindi ci si concentrava di più sull’ascolto, sull’orecchio e si ascoltavano CD. Oggi arrivano allievi che già sanno suonare ma non hanno la minima idea di cosa stanno facendo. Magari già sanno fare il solo del chitarrista preferito ma senza conoscerne le note.


Quindi è cambiato di molto anche il modo con cui ci si affaccia alla musica?
Oggi si parte dal prodotto finito e si va a sviscerare il pezzo, un approccio al contrario. Prima invece la didattica era diversa: inizialmente si imparava la teoria, la tecnica e il metodo e poi si associavano al repertorio. Era il metodo giusto secondo me.
Però grazie ad internet e ai social la musica ora è alla portata di tutti, una cosa positiva, no?
Certamente! Però bisogna fare sempre un uso intelligente dei mezzi che abbiamo a disposizione.
Secondo te l’accessibilità alla musica ha svalutato o mercificato questo settore? Pensando ai talent, per esempio, rispetto a chi passa anni e anni di studio e di gavetta?
Direi un 50 e 50. Sicuramente per un musicista ci sono più opportunità per emergere rispetto al passato. Ovviamente, dove ci sono più opportunità c’è anche maggiore competizione e un disco è diventato merce. Il talent vende anche se va a penalizzare il ruolo del musicista e gli anni di studio. Allo stesso tempo oggi ci sono un sacco di musicisti che crescono nella musica grazie ai talent.
Prima dicevi che una volta si passavano intere settimane con lo stesso CD per studiarlo o semplicemente per ascoltarlo. Oggi la musica invece si consuma molto velocemente. Pensi che questo possa essere penalizzante per lavori come il vostro?
Sì è vero, per noi è molto penalizzante, però siamo su due livelli diversi. Il livello mainstream è quello che sta sempre sulla cresta dell’onda, ogni giorno esce un disco nuovo. Nel nostro caso c’è un pensiero e un lavoro molto più di fino. Per realizzare un brano magari ci vogliono mesi. Ovviamente ci rivolgiamo ad un pubblico che ha delle attenzioni diverse nei confronti della musica. Il mio disco, per esempio, non lo ascolta un ragazzo che segue i talent show.
Non è limitante avere un pubblico di nicchia?
No, a me questo piace. Ormai ai concerti vengono sempre meno persone ma almeno trovi le persone che sono veramente interessate alla tua musica. La nostra è musica di nicchia che ha delle radici diverse, molto distanti dalle nostre occidentali ed europee, quindi bisogna educare il pubblico. Anche se negli ultimi anni ci sono stati moltissimi festival jazz, in Italia ancora manca l’educazione per questo genere fin da giovani. Difficile che un ragazzino oggi si appassioni alla musica jazz e che magari acquisti su iTunes o ascolti su Spotify un trio jazz o Pat Metheny. Il nostro stesso trio proviene dalla musica rock e dalla musica pop. Quando ero piccolo, mio padre non mi faceva ascoltare jazz ma i Led Zeppelin.
Sei cresciuto con i Led Zeppelin ma hai studiato chitarra classica, come mai?
Io studiavo chitarra classica perché quando frequentavo il conservatorio non avevano ancora attivato i corsi moderni come ad esempio chitarra jazz. Le uniche scuole moderne, che avevano nel programma di studi la musica rock e pop, erano purtroppo molto distanti. Oggi fortunatamente ci sono molte più opportunità ed i ragazzi del conservatorio arrivano al jazz già a 14 anni.
Prima citavi Pat Metheny, c’è qualche altro artista che ti piace in particolare?
Ho avuto il piacere di conoscere Bill Frisell nel 2008 al 35° anniversario di Umbria Jazz, veramente un innovatore. Una delle tesi l’ho scritta proprio su di lui.


Locus
Andiamo ora più nel dettaglio del trio: da dove nasce questa unione e come arriva la collaborazione con Elisabetta Serio nonostante continuiamo a parlare di trio?
Il trio nasce dall’amicizia che lega me con Lucrezio e Lucrezio con il suo amico Mario. Due dei brani che abbiamo registrato, Remembering Paris e Kilimanjaro Lullaby, sono stati scritti da Mario ed erano stati pensati con la partecipazione del pianoforte e non della chitarra. Io conoscevo Elisabetta come pianista in occasione di altri lavori, motivo per cui l’abbiamo coinvolta nel progetto. Ci siamo poi resi conto che noi quattro eravamo molto affiatati e le abbiamo chiesto di suonare anche in Naples e Prague estendendo così la sua partecipazione.
Una cosa che abbiamo notato è proprio questo affiatamento. C’è stato da subito o c’è voluta una sorta di “rodaggio”?
Durante la lavorazione del disco è successa una cosa particolare per me molto significativa. Infatti, c’era questo feeling giusto fin dal primo momento. Io non conoscevo Mario musicalmente ma lui ha avuto da subito un ruolo fondamentale. Lucrezio è stato il collante tra noi tre, umanamente, ritmicamente e musicalmente e ha fatto sì che venisse fuori questo lavoro. Non era facile, perché in un trio sia la chitarra, il basso che la batteria hanno ruoli dominanti mentre in un quartetto è più semplice perché hai l’armonia del piano che ti aiuta. Invece la cosa più bella è che nel nostro trio tutti abbiamo lo stesso peso e tutti abbiamo un ruolo fondamentale, infatti io non mi reputo band leader. Io ho portato in sala prove diversi brani che avevo per chitarra, ma giusto il tema, il canovaccio e poi li abbiamo costruiti insieme. Fin dal primissimo momento in cui li abbiamo suonati abbiamo trovato il giusto feeling. Conserviamo ancora le primissime registrazioni fatte con il cellulare e praticamente non si discostano molto dall’arrangiamento finale. Questo è venuto fuori fin da subito, ovviamente affinato e curato nei dettagli per la registrazione.
Per mantenere questo affiatamento anche nel disco, come è avvenuta la registrazione di Locus, live?
Sì, assolutamente live. perché, specialmente nella musica Jazz, è fondamentale l’interplay. Nel Pop spesso si registra suonando ognuno separata ed aggiungendo un pezzo alla volta. Invece nella musica jazz l’interplay è un discorso musicale, si dialoga attraverso gli strumenti che non possono quindi essere slegati. È necessario suonare insieme per creare questa situazione contemporanea. Ripeti il brano tre, quattro volte, finché non entri nel mood giusto.


Durante la registrazione di Locus hai messo a frutto i tuoi studi di fonia e la tua esperienza come fonico?
Nel mix ci siamo divisi il lavoro e ci siamo in qualche modo confrontati portando ognuno le proprie impressioni. I miei studi di fonia li ho applicati molto in fase di ripresa perché quando si registra live devi partire già da un bel suono. Questo è utile anche per alleggerire il lavoro del fonico in fase di mix. Il nostro disco suonava bene già in ripresa, ovviamente un bel suono secondo me.
Possiamo confermartelo, le sonorità del disco sono molto belle, morbide e rotonde. Un disco sussurrato, mai strillato e con un mood disteso e rilassato. In poche parole Locus è un bel lavoro, molto piacevole da sentire e che si lascia ascoltare facilmente nonostante il jazz sia notoriamente considerato un genere non sempre facile da recepire.
Mi fa molto piacere.
Qual è il concept dietro Locus? Di che cosa parlano i vostri brani e quali storie racchiudono?
Locus non è concept inteso come legame tra un brano e un altro, ma il legame tra la musica e i luoghi a cui si ispira. Sei dei brani dell’album li ho scritti in diversi periodi della mia vita, ma è difficile immaginare una connessione vera e propria, perché sono tutti luoghi distanti l’uno dall’altro che hanno in comune solo il rapporto che ho avuto con gli stessi. Succede che quel tema è rappresentativo dell’immagine che mi ha dato il luogo che ho visitato, che sia un quartiere una città o un luogo che cambia volto come appunto come Barrio Alto, un brano che per me è il più significativo. Barrio Altio è un quartiere che rappresenta la Lisbona architettonica, me la sera diventa il cuore della movida. Il brano praticamente nasce con un tema pacato che rappresenta il giorno ed è più solare, mentre un’altra parte rappresenta la movida del quartiere. Brick Lane invece è il quartiere multietnico di Londra. Mi ha colpito soprattutto il suo mercato con gli odori di tutte le culture. Ho scritto quel brano che cambia quattro tonalità, come immaginando l’avanzare del viaggio in questo quartiere.
Progetti per il futuro?
Stiamo avendo diversi contatti per le presentazioni e da aprile speriamo di portare Locus in giro e di suonarlo molto dal vivo.
Speriamo allora di incontrarci durante un vostro live!
Assolutamente!
In bocca al lupo per il vostro Locus.



































