Kiss: l’ultimo bacio
I film d’amore spesso si concludono con un bacio lungo e appassionato. È passata una settimana nel momento in cui vi scrivo. Una settimana da quello che potrebbe essere in assoluto l’ultimo concerto dei Kiss in Italia. Una data particolare, speciale, intrisa di un’atmosfera ancora più magica – forse proprio per l’effetto nostalgia – di quella che si respira, di solito, a un concerto dei Kiss. E se ne respira, fidatevi di chi ne ha visti parecchi a partire dallo Psycho Circus Tour in 3D del 1999. Certo, il fattore ‘ultima possibilità’ fa effetto: siamo tanti, di tutte le età. Teenager, quarantenni, famiglie con bambini. Di tutti i generi: punk, metallari, rocker e nostalgici. E io. Va intellettualmente ammesso, chi scrive è un Kiss fan. E forse non sarebbe in grado – ma nemmeno vorrebbe – di scrivere un tradizionale e professionale report neutro in terza persona. Quindi, questo è un diario, il diario di una giornata speciale. Fate finta di viverne un po’ con me anche voi, miei ventiquattro lettori.
Ci sono tante band che mi piacciono. Ammiro i Metallica, adoro gli Iron Maiden, stimo i Judas Priest, voglio bene ai Ramones, rispetto i grandi del passato come Led Zeppelin, Rolling Stones, Beatles e Black Sabbath, e i Queen fanno categoria a parte perché mi hanno letteralmente iniziato al rock (non penso di essere l’unico, direi). Ma i Kiss sono l’unica band per cui trovo abbia senso essere ‘fan’ che – ricordiamolo che oggi tendiamo a usare i termini senza averne piena consapevolezza – sta per ‘fanatico’. Certo, forse è un termine eccessivo, specie in un’epoca storica in cui ben altri fanatismi portano a tragedie di scala incommensurabile. Questo invece è fanatismo ‘buono’, che porta gioia, felicità, buonumore e condivisione. Se il rock’n’roll fosse religione, i Kiss sarebbero i suoi dèi. Ma aspettate un attimo. Il rock’n’roll è religione, che diamine! E trovarsi al cospetto dei Kiss non è come trovarsi al cospetto di qualsiasi altro VIP, e fidatevi di chi ne ha visti parecchi di VIP, a partire da quando ha cominciato a intervistare attori e registi nel 2009. Non solo, è diverso dal trovarsi al cospetto di qualsiasi altra rockstar. E fidatevi… ok, avete capito.


Perché i Kiss non solo sono personaggi dello showbiz. Sono supereroi, sono leggende, sono maschere archetipiche del teatro, della commedia e della tragedia, del Kabuki e del Grand Guignol, che ‘possiedono’ i loro portatori nella stessa misura in cui Pazuzu può dominare in Regan o un simbionte alieno può prendere il controllo del corpo di Venom o dell’Uomo Ragno. La maschera è viva, e arriva a contare quasi più di chi la porta. I Kiss sono anche e soprattutto grandi attori nei panni di spettacolari musicisti, e il loro è il miglior spettacolo del mondo, anche quando non è al top. Cosa che, c’è da dire, a San Siro, il 4 luglio, nel contesto del Milano Summer Festival non è avvenuta.
In effetti, è impossibile parlare dei Kiss senza ricorrere ad iperboli, e non solo perché sono un fan. Ma perché i Kiss sono essi stessi un’iperbole. Quale altra band al mondo si farebbe introdurre, invece che da qualche collega agli inizi in cerca di fama e successo, da un pittore rock – rispondente all’italianeggiante nome di David Garibaldi – che realizza ‘live’ un Kiss-ritratto in larga scala al suono di classici dell’heavy metal? Così si apre lo show, ed è già tutto dire. Ma è probabilmente un’iperbole anche il titolo stesso di questo tour, End of the Road, a indicare, appunto, che si tratta, quasi certamente, dell’ultima occasione per vederli suonare. Ci dobbiamo credere? Un ‘tour d’addio’ i nostri lo avevano già fatto, quando si accomiatarono dalla formazione ‘classica’ – con Peter Criss alla batteria e Ace Frehley alla chitarra, per intenderci – rimessa su a metà degli anni ’90 dopo il periodo senza maschere e senza i membri originari. Inutile scendere in dettaglio, la storia dei Kiss la trovate tranquillamente su Wikipedia. Ma poi lo spettacolo continuò ad andare, e anche molto bene, visto che i ‘nuovi’ arrivati Tommy Thayer ed Eric Singer – nuovi per modo di dire perché avevano già suonato nella band, il primo non accreditato, il secondo sì – sono tecnicamente eccelsi e hanno portato al gruppo, a detta degli stessi Stanley e Simmons, fondatori e cuore pulsante dell’ensemble, nuova linfa ed energie. Se è stato veramente un addio, è stato uno di quelli con i fiocchi. Avevo lasciato la band un po’ fiacca e impacciata a Verona, nel 2015, alle prese con una location – quella dell’arena – bellissima e suggestiva dal punto di vista storico e architettonico ma fortemente inadatta ai numeri circensi dei nostri. Stanley aveva dovuto rinunciare a scendere tra il pubblico durante l’esecuzione di Love Gun, tanto per dirne una, per motivi di sicurezza. Il suono non era granché, la visibilità anche. Ma soprattutto, la forma vocale di Paul era ai minimi termini, come riscontrato da più parti. Oggi sembra di avere di fronte un’altra band, e un altro cantante. Tutto è stato eseguito con grande scioltezza e disinvoltura, senza i cali o i piccoli involontari latrati che ormai avevamo imparato ad amare, ma che se non ci sono è decisamente meglio. Qui arriva uno dei punti controversi dello show e dell’intero tour. Ovvero il presunto utilizzo, da parte di Stanley, di parti vocali preregistrate che gli permettono di eseguire le canzoni – o almeno una porzione di esse – semplicemente con la tecnica del lip sync (altrimenti conosciuta come il famigerato playback). Stando nel pit, quindi in una posizione abbastanza privilegiata, non ho notato niente di tutto questo. Certo, non sono andato a farci caso. Sono un Kiss fan, ve l’ho detto. Se fosse stato dichiaratamente playback, mi sarebbe comunque piaciuto. E d’altro canto preferisco un buon lip sync a una prova vocale scadente. Quello che conta, quando si parla dei Kiss, è che lo show venga giù bene, ed è stato uno show di altissimo livello, in questo caso. Se vi interessa comunque l’argomento, anche in questo caso, la rete saprà offrirvi quello che cercate. Valuterete coi vostri occhi guardando i video rilasciati su YouTube, sentirete con le vostre orecchie e deciderete se dar credito a queste istanze o a quelle che sostengono il contrario – di cui alcune molto autorevoli, come Sebastian Bach degli Skid Row – difendendo in tutto e per tutto la genuinità delle prove vocali di Stanley.


Passiamo alla scaletta. Gran selezione di classici in scaletta con sporadiche concessioni a Sonic Boom e Psycho Circus, comunque gradite. Una sorpresa è stata vedere Singer al piano durante l’esecuzione di Beth (pezzo tradizionalmente cantato da chi occupa il posto dietro le pelli, così come la possente Black Diamond, anch’essa in lista con gran boato da parte del pubblico). Suonava davvero? Ci risiamo. Sono i Kiss, signori. I prestigiatori del rock’n’roll. L’importante non è quello che succede, ma quello che riescono a farci credere. Come quando Paul gioca col pubblico chiedendo di ‘essere invitato’ – come se ce ne fosse bisogno – prima di afferrare la carrucola e spostarsi dal palco a una pedana tra la folla per cantare Love Gun e I was made for loving you. Gene Simmons sputa sangue e fuoco come non mai e vola in alto su una pedana mentre canta God of Thunder. Insomma, stavolta, tutto come da programma. Tommy, l’attuale spaceman, è l’unico che non ha un pezzo come cantante solista. Nemmeno il pezzo di Frehley Shock Me, che invece gli avevamo visto interpretare in altri tour. Peccato. Evidentemente si sente un chitarrista puro e recupera ampiamente terreno durante il suo tradizionale assolo con fuochi d’artificio integrati.
Il secondo punto controverso, ma questo va avanti da un po’ di anni, è il coro – sparso per lo più in rete, perché è chiaro che chi aveva deciso di esserci aveva ben poco di cui lamentarsi – di ‘non sono i veri Kiss, ma una cover band di lusso’. Non lo accolgo, perché i Kiss sono sempre stati una famiglia allargata attorno alle due centrali figure di Paul e Gene. Per me, che in questa occasione mi sono lasciato tentare dalla possibilità – la prima e forse l’ultima – di poterli incontrare da vicino e stringer loro la mano, è stato a tutti gli effetti un incontro con i personaggi che ho conosciuto e amato per anni. Non ero solo di fronte a Paul, Gene, Tommy ed Eric. Avevo di fronte gli Elder: il figlio delle stelle, il Demone, l’Uomo dello Spazio e il Gatto. Praticamente come dire di aver incontrato Spider-Man, che se permettete, non equivale a incontrare il suo interprete Tom Holland.


E qui entriamo più strettamente nel lato ‘personale’ della vicenda, perché anche sulla scelta di partecipare a questi eventi ‘eventi’ esclusivi se ne sentono di ogni. Chi sogna di farlo, chi lo vorrebbe fare ma non può permetterselo – veramente, o solo perché magari sceglie di investire la stessa cifra in altri beni di lusso, il che è lecito – chi dice che non lo farebbe mai per principio e per scelta etica.
Intanto, spieghiamo come funziona. È abbastanza semplice: si paga una cifra considerevole – ma comunque tutto sommato abbordabile, diciamo l’equivalente di una vacanza in Grecia di una settimana – per poter incontrare i propri idoli, fare una foto professionale con loro e avere accesso a una serie di extra che possono variare a seconda delle occasioni e della cifra che si spende. La nostra fila era di fianco a quella degli ospiti personali della band, i cosiddetti Friends & Family, e il nostro accesso era immediatamente successivo al loro. Nel mio caso, erano inclusi nel prezzo un lussuoso VIP pass in pelle, un buono di €100 da spendere sul sito ufficiale in merchandise, l’accesso all’area commerciale prima dell’apertura dei cancelli, l’accesso al Pit per vedere il concerto in posizione privilegiata e un poster pre-autografato dai membri della band. Non si potevano chiedere autografi personalizzati e non si potevano scattare foto o registrare filmati con i propri cellulari. L’incontro col gruppo è un rapido ed emozionante giro di giostra. Si entra in una struttura dietro il palco e loro sono già pronti lì, disponibili e affabili. Sembrano quasi ‘finti’ e in effetti il risultato è che, dopo aver pubblicato la foto sui social (arriva qualche giorno dopo, scaricabile da un link personalizzato mandato a ciascun partecipante dall’organizzazione) da parte di chi la vede si ottiene un certo senso di ‘incredulità’. “Ma sono loro o delle statue?”. La verità è a portata di zoom. Io rispondo ‘sono monumenti’, confermando entrambe le tesi.
Non si ha molto tempo per parlare, quindi i nostri lavorano tantissimo con la mimica. Per loro il Meet & Greet è un secondo palco. Sono bravi ‘psicologi’, come quelli che interpretano Topolino a Disneyland. Sanno come porsi per catturare il momento. Se sei una ragazza in lacrime, ti abbracciano, se sei un ‘mascalzone’ con la faccia da schiaffi come me, ti indicano, come a dire ‘ecco, è arrivata la star’. Per prenderti affettuosamente in giro. Per ridere insieme. Fai parte del circo. Paul ha un tono di voce gentile, gli ho detto semplicemente ‘Nice to meet you’ e lui ha risposto. E stessa cosa Gene. C’è uno scambio, è diverso dal farsi una foto rubata dopo un’intervista. Tu sei lì per loro ma loro sono lì per te, che te lo sei ‘meritato’, quindi fanno di tutto per metterti a tuo agio.
Terzo punto controverso. È poco? È troppo? È giusto? Direi che è solo rock’n’roll, ma mi piace.
Ogni volta si riapre la questione. A Verona quattro anni fa, chi aveva il biglietto ‘speciale’ aveva potuto godere anche di un mini-show unplugged. In altri contesti, e pagando di più, si potevano provare anche gli strumenti e gli stivali della band, o cose del genere. A ciascuno il suo pacchetto. Io ho scelto quello che faceva per me e sono rimasto soddisfatto. La verità è che non ha molto senso disquisire sul ‘valore’ effettivo di questa esperienza, su cosa offre e quanto costa, perché l’unico vero valore è quello che gli si dà personalmente, ed è esclusivamente affettivo. Nessuno mi pagherà mai alcuna somma per la foto con i Kiss che, però, potrò conservare gelosamente all’interno del mio studio, incorniciata insieme alle firme della band e al biglietto del concerto. A futura incorruttibile memoria. È un’esperienza oggettivamente inestimabile e, dunque, anche senza prezzo. Per dargli un prezzo, ovvero per ‘apprezzarla’, bisogna essere certamente dei fan. Altrimenti non ha molto senso. Se si è solo degli estimatori o dei curiosi, meglio spendere tutto per un ottimo posto da cui visionare lo show.
Adesso è passata una settimana, come scrivevo. La foto è dal corniciaio e solo quando l’avrò appesa potrò dire ‘missione compiuta’. Il concerto è volato, ma sono ancora lì, nella bolla del tempo, in una delle gabbie dello Psycho Circus. Se anche fosse stato davvero l’ultimo tour, la Kiss Experience non finisce mai. Cosa riserva il futuro? Una semplice e onorata pensione? O magari quattro nuovi dischi solisti, uno per ogni membro della band, come quelli che uscirono nel 1978 lasciando il pubblico a bocca aperta e a tasche vuote? Certamente si chiude una fase nella storia del gruppo, ma il bello dei Kiss è che con loro le sorprese non finiscono mai. Intanto, nel dubbio, party every day.
Andrea Guglielmino
Scaletta
Detroit Rock City
Shout It Out Loud
Deuce
Say Yeah
I Love It Loud
Heaven’s on Fire
War Machine
Lick It Up
Calling Dr. Love
100,000 Years / Drum solo
Cold Gin / Guitar solo
God of Thunder / Bass solo
Psycho Circus
Let Me Go, Rock ‘N’ Roll
Love Gun
I Was Made for Lovin’ You
Black Diamond
Beth
Crazy Crazy Nights
Rock and Roll All Nite



































